fbpx
Max Allegri

Dopo poco più di un quarto di serie A, le nubi sulla Torino calcistica appaiono dense di pioggia: la squadra bianconera in campionato annaspa (in Champions la melodia è di certo differente), tra risultati deludenti e prestazioni a dir poco scialbe. Ad essere sotto processo sono, tra le altre cose, le idee di gioco proposte dal tecnico Allegri: per i più, sempre meno consone ai nuovi orizzonti progressivi dell’umanità calciofila. Siamo sicuri, però, che tutto questo non diventi un buon pretesto (l’ennesimo) per condannare in modo generico una lunga tradizione calcistica? Siamo così certi che del “calcio antico”, quello rappresentato dall’allenatore livornese, ci si possa liberare con tanta facilità e un pizzico di arroganza?

L’autunno juventino

L’autunno della Juventus è una malinconica accozzaglia di rimpianti, molte incertezze e qualche vaga speranza alla quale potersi ancora aggrappare. Dopo due stagioni di rivoluzioni decantate ma mai messe in pratica, la Signora d’Italia si era ben proposta di ritornare al gusto antico e sacro della restaurazione, sacrificando la frivolezza dell’estetica o l’inutilità dell’eleganza all’altare di Metternich e delle vecchie usanze vincenti. Nulla di meglio, allora, che affidarsi al più reazionario tra i conservatori (almeno nella percezione comune), l’incarnazione di un pragmatismo radicale e poco propenso al dogma: Allegri, in fondo, ama raccontarsi così, ed è anche orgoglioso di farlo. L’Acciughina livornese (recentemente anche al centro di cronachette rosa e pettegolezzi da corridoio) sa mostrarsi allergico alle mode del “bel gioco” e al manifesto del “calcio europeo” (non si sa neppure bene, poi, cosa ciò propriamente significhi), proponendo un football accorto, molto italiano, intelligente nella lettura degli istanti mutevoli e consapevole dell’imprevedibilità del campo, ma anche lontano dalla ricerca del dovere dello spettacolo o dalle scorpacciate bulimiche di reti ed estetismi. Per parecchio tempo il tecnico toscano ha potuto irridere i suoi detrattori (competenti o improvvisati che siano), esponendo sulla tavola della domenica bottini ricchi di punti e trofei, anche se avari di bollicine e coriandoli. Il suo ritorno, però, non è al momento all’altezza del passato glorioso; certo, si è ancora all’inizio, la Juventus ha smarrito per strada il suo fuoriclasse accentratore, ma la sensazione che qualcosa non torni (e non solo nei meri dettagli) è generale e condivisa. Per gli ammiratori, gli inizi a stenti della squadra più titolata d’Italia sono motivo di sgomento, o almeno perplessità: ci si sarebbe attesi, forse, il recupero più repentino di solidità abituali, con idee semplici, magari poco temerarie, ma anche, come si suol dire, vincenti. Le cose, però, vanno ora diversamente, e i critici più agguerriti non attendevano probabilmente altro per attaccare le idee “vetuste” dell’ex e neo condottiero del club torinese: la Juventus non propone, improvvisa, manca di un profilo internazionale; mentre la ricerca di un gioco più armonioso e al passo con le esigenze del progresso ha in Italia un numero sempre più importante di nuovi Maestri, il buon Max non sa abbandonare le vecchie catene! E’ più o meno questo il mantra dei cosiddetti “giochisti”: Allegri non vuole giocare, e la colpa prima o poi dovrà espiarla, come sempre accade tra chi predilige il passato al presente, o all’avvenire.

I critici di Allegri

Nel coro dei più polemici, non può mancare Lele Adani. Dopo le recenti delusioni, si è espresso così il noto commentatore

Allegri non ha fatto passi in avanti per quanto riguarda il suo pensiero calcistico, ma il calcio è cambiato

Ipse dixit e va bene così. Dopo il recente derby d’Italia il sacerdote del bel giuoco si era lasciato andare a una delle sue intense e vibranti prediche post domenicali:

i tifosi del mondo hanno visto il più brutto spettacolo possibile del calcio italiano, non ci sarebbe stato uno spot peggiore a livello mondiale per la nostra serie A – ha affermato l’ex difensore. Ho i calciatori ridere e scherzare alla fine dell’incontro, ma come si fa? Questa non può essere l’offerta dell’Italia al mondo. Nessuno ha meritato ieri, nessuno ha espresso calcio.

Ai sermoni dell’adanismo siamo abituati, non c’è che dire: la competenza non manca, va riconosciuto, e in fondo ben non si comprende perché la si debba così spesso ridurre a paternalismi preteschi. Oltre all’ex commentatore di Sky, altri si sono fatti avanti. Luigi Garlando della Gazzetta dello Sport ha recentemente espresso la sua opinione in seguito alla sconfitta dei bianconeri a Verona:

con la rosa che ha a disposizione, la più attrezzata del torneo, Max dovrebbe dominare Sassuolo e Verona. Ma servono gioco e coraggio. Questa è la sola via d’uscita dalla crisi, perché negli anni in cui Allegri è rimasto fermo, il calcio è andato avanti, nella direzione di Tudor. Il sospetto è che Max sia rimasto al cappotto scagliato in panchina.

È sempre ammirevole poter ascoltare tanti cardinali dell’informazione parlare in nome del Calcio con la C (o con la “F”, come direbbe Adani): il football (quello autentico, sia chiaro) è progresso, spettacolo e bellezza, terzini che fanno le ali e falsi centravanti. Ecco la modernità reale, insomma: la Verità che Allegri si sarebbe lasciato sfuggire, forse smarrito tra i gabbioni di Livorno, l’ippodromo e le donzelle. Max non sa evolversi, ancora rifiuta di convertirsi al dogma della purezza, dell’assoluto applicato al rettangolo verde; insomma, al di là del lanciare il cappotto, le idee allegriane appaiono morte. Forse rispettabili, per carità, ma in fondo cadaveriche: grazie allora a chi sa difendere il tempio, il nuovo tempio, gloria ai guardiani dell’Universale!

Un po’ di tempo fa Arrigo Sacchi aveva dimostrato, per l’ennesima volta, di possedere le chiavi di volta della storia dell’uomo:

senza un calcio più emozionante, divertente e convincente, vi possono essere solo debiti e insuccessi.

Categorico, insomma, e come sempre: dissentire è lecito? Si potrebbero sottolineare alcuni aspetti, senza voler minimamente scalfire, sia ben chiaro, la dottrina del Magistero. In primo luogo (e lo notano anche in molti), la Juventus ha lacune strutturate, ben accentuate dalla partenza, direzione Manchester, di un certo ragazzotto portoghese; la dirigenza, poi, ha in questi ultimi anni mostrato lacune serie, e quasi inaudite, nella programmazione. C’è chi lo sottolinea, intendiamoci, e anche con serietà: Sconcerti, ad esempio, ha ultimamente affermato che “Allegri è il grande falso problema della Juve. L’errore non è nel tecnico, è negli ingredienti della squadra”. Difficile dargli torto.

Processo al “calcio antico”

Al di là di tutto questo (per quanto ci possano essere evidenti carenze, poi, certamente la rosa juventina non è da metà classifica), c’è una questione, in fondo non contingente e meno strettamente vincolata all’attualità, da mettere in evidenza: l’impressione è che, per l’ennesima volta, il processo sommario al gioco allegriano finisca per diventare un espediente dell’Inquisizione contro il maledetto e diabolico (il Signore ce ne scampi, per carità!) “calcio all’italiana”. Nulla di nuovo, in fondo: Brera, già nei preistorici anni ‘50, polemizzava con quanti, in nome della leggerezza e di un calcio gaudente, si sentivano in dovere di certificare quotidianamente la fine dello sport “antico”, quello della difesa e contropiede, praticato dalla gloriosa Italia di Pozzo. L’Inter vincente di Foni (l’abbiamo raccontata qui) o il Padova di Nereo Rocco sapevano attirare disprezzo, invidia, moralismi esasperati: pretendevano di vincere senza “giocare bene”, e neppure mostravano vergogna!  Tra gli anni ‘80 e ‘90, poi, il Verbo sacchiano pareva aver decretato la morte definitiva di una tradizione ingombrante: con gli olandesi (e tutti gli altri) si poteva pressare, dominare, fare spettacolo, e perfino vincere! Tombola! Dopo pochi anni, invece, prendendo il timone di un Milan sempre più frastornato e quasi prosciugato dall’ossessività del Capo, Fabio Capello avrebbe ricordato al Paese calciofilo la preziosa vitalità, tutt’altro che crocifissa, della nostra storia di pallone e pedate, se pur rinnovata: e pensare che la si era creduto sepolta sotto montagne di pressing!

Si potrebbe così continuare, arrivando fino all’Inter di Mourinho, o all’ultima di Antonio Conte, o chiedendosi quanto di “italico” possa vivere nella tradizione europea (in parte lo si è fatto qui); il calcio mostra di avere una sua ciclicità, così come eternamente si ripresentano le condanne, così tanto colpevolizzanti, retoriche e perfino moralistiche, contro un’intera vicenda storica e di costume (se ne è discusso anche qui). Allegri è solo l’emblema di ciò che la cultura calcistica maggioritaria ha deciso da un po’ di tempo essere vecchio, vetusto: l’”antico”, del resto (e il nostro sport è solo una goccia nell’oceano), è ciò che deve essere consumato e superato il prima possibile, spesso un’ombra dalla quale è urgente liberarsi, facendo mea culpa. Poi, certamente, talvolta quello spirito negativo sa ancora ammaliare: dopo alcune prestigiose vittorie, ottenute con sudore, compattezza e lanci lunghi (si pensi al recente Juve-Chelsea), il reazionario Max è ritornato, per molti, a essere genio: l’inventore in campo, il miglior tattico d’Europa, del globo o della storia! Insomma, il buon calcio italiano, quello dal sapore antico, un po’ ci deprime, un po’ ci esalta: è una sorta di bipolarismo ben presente nel nostro modo di vivere il football, e magari, chissà, anche la vita. Non sarebbe giusto nemmeno privarsene, ma provare a esserne consapevoli resta anche un dovere.

Per concludere, sia ben chiaro: la Juventus oggi gioca male, e non può permettersi di vivacchiare in zone paludose. Sarebbe il caso, però, di non trasformare un momento sportivamente quasi sciagurato (almeno in Italia) in una verità non scalfibile ed eterna: Allegri, anche qualora dovesse fallire completamente, potrà riconfermarsi grande, così come la Juventus, e in fondo quello che abbiamo chiamato il “calcio antico”. La storia è assai più ricca, aggrovigliata, imprevedibile di come una certa narrazione univoca spesso la presenta: il “progresso” ha dei ritorni, l’evoluzione conserva anche le radici, il buon calcio si dice in molti modi. Per queste ragioni: lunga vita ad Allegri, e a chi, come lui, sa ancora sbeffeggiare i nuovi (ma in fondo, come si è visto, anch’essi dal sapore antico) idoli.