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In tempi di guerra il calcio è lusso, benedizione, rara leggerezza. Tra macerie e frammenti di vita sepolti, raccontare le vicende del pallone potrebbe apparire azzardato, quasi irrispettoso: la morte reclama la sua definitività, l’assolutezza propria di chi sa rendere futile e vano tutto il resto. La geopolitica, poi, è ormai pane per molti: la comunicazione quotidiana incombe, in quella mescolanza di verità e spettacolo che abbiamo imparato a conoscere. Le narrazioni, insomma, si intrecciano, i punti di vista si accavallano, suscitando non di rado un senso di spaesamento, e un’incertezza convertita in paura. Ci sia concesso, in tutto ciò, di provare a ritagliarci un piccolo e forse insignificante spazio, l’unico, in questa sede, di nostra competenza: con Luca Sisto, dunque, abbiamo scelto di parlare di Russia e Ucraina, intrecciando, però, le assai più drammatiche questioni politiche e sociali con quelle  certamente più allegre del football

La guerra tra Russia e Ucraina è l’apice di tensioni e contraddizioni accumulate nel tempo. Per quanto tutto ciò sia ampiamente secondario, proviamo ad analizzare la questione dal punto di vista che ci compete: quali ritieni possano essere le ricadute del conflitto sul mondo del calcio nel medio lungo-periodo? Oltre alle sanzioni già attuate, prevedi trasformazioni radicali anche nell’ambito delle istituzioni del nostro sport? Non a caso, negli ultimi tempi si è parlato di Superlega…

Sono d’accordo. Nell’ambito di un conflitto così crudo e recente, lo sport è assolutamente secondario. Non dobbiamo fare l’errore di dare troppo peso a dichiarazioni e azioni di calciatori dall’una e dall’altra parte. Fanno parte del gioco, ma non sono “il” gioco in questo caso. L’estromissione della Russia dai playoff mondiali non è giudicabile attraverso parametri di valutazione standard: si tratta di una decisione degli organi competenti e come tale va rispettata, senza soffermarsi troppo a discutere se sia giusta o sbagliata. Se la Russia non avesse perso contro la Croazia e fosse già qualificata, come si sarebbero comportate FIFA e UEFA? Un precedente, fresco, a livello UEFA, c’è: mi riferisco, ovviamente, alla Jugoslavia del 1992, con la “favola” Danimarca ripescata al suo posto, che avrebbe vinto, poi, gli Europei. In quel caso, a prescindere dal concetto di aggressore e aggredito, si aveva a che fare con un Paese in disgregazione, e con risoluzioni ufficiali adottate dall’ONU; la Jugoslavia, nel frattempo, era diventata altro, e la situazione generale,  in continua evoluzione, sarebbe poi sfociata in una escalation che avrebbe coinvolto vari attori. La Russia, al contrario, è un Paese non solo integro, ma che progetta fatalmente di allargarsi.

La squalifica delle selezioni paralimpiche di Russia e Bielorussia crea un’ulteriore spaccatura, soprattutto per il già giustamente bersagliato, a causa del doping di Stato, Comitato Olimpico Russo. L’Eurolega di basket, dove le squadre russe hanno molto peso, si è già mossa in tal senso, così come la UEFA nei confronti dello Spartak di Mosca in Europa League. La Russia di Putin non sembra affatto curarsi di questa situazione: il denaro che sta perdendo la Gazprom non deriva da un danno d’immagine sportivo, ma dal fatto di essere, di fatto, un’entità sotto il controllo del governo. Lo stesso può dirsi per la questione Abramovich-Chelsea. Se le istituzioni calcistiche europee si evolveranno, fattori come covid e conflitto russo-ucraino saranno semplici acceleratori, ma non detonatori del cambiamento.

In Ucraina una spaccatura significativa è quella tra il mondo orientato sempre più verso l’Unione europea e la Nato, e gli ambienti tendenzialmente filo-russi. Come si è tradotto tutto ciò in ambito calcistico negli ultimi anni? Penso, ad esempio, alla situazione delicatissima vissuta dallo Shakhtar Donetsk, riconducibile alla guerra del Donbass. Esistono rivalità (anche) sportive di matrice culturale/ideologica/etnica? Quale ruolo hanno (eventualmente) i gruppi legati al tifo organizzato?

In ogni Paese in cui è in atto una guerra ed esiste una certa tradizione calcistica (o di qualunque altro sport), il tifo organizzato ha la capacità di raccogliere attorno a sé persone con determinate ideali. A prescindere dal giudizio di valore, è assolutamente normale che il mondo del tifo possa trasformarsi, all’occorrenza, in altro: è il caso, in Ucraina, degli ultras dell’Arsenal di Kiev, che hanno imbracciato le armi con la resistenza.

Per quanto concerne la spaccatura fra est, centro nevralgico ( con Kiev, che fa da ago della bilancia) e ovest, è difficile dire quanto questa si traduca storicamente nel calcio. Per due motivi, anzitutto: in primo luogo, l’Ucraina indipendente è un Paese giovane, che, durante gli anni dell’Unione Sovietica, e in seguito  alla morte di Stalin, ha goduto di larga autonomia. La rivalità generata dalla Dinamo Kiev era più rivolta contro le superpotenze russe, che non verso i club della RSSU. Una volta raggiunta l’indipendenza, con la disgregazione dell’URSS, la dicotomia è venuta a crearsi fra Dinamo e Shakhtar di Donetsk, il club rappresentativo degli interessi e dei tifosi della principale città del Donbass, con a capo il più potente oligarca ucraino, con malcelate simpatie verso Mosca, Rinat Ahmetov. Ahmetov ha forgiato lo Shakhtar come lo conosciamo oggi: la Donbass Arena è sua. Con lo scoppio del conflitto nel Donbass nel 2014, le potenze nazionali di Shakhtar e Dnipro hanno dovuto cercare ospitalità altrove, con tutto ciò che ne consegue in termini di bacino d’utenza e ricostruzione del tifo. L’FK Dnipro è andato successivamente incontro al fallimento e oggi la città è rappresentata, nella massima divisione Ucraina, dal  l’SK Dnipro-1, con una sua storia recente, nato sostanzialmente dalle ceneri della vecchia società.

Nel 2014 la Russia ha occupato la Crimea. Qual è stata la storia dei club calcistici in quell’area?

Marginale, estremamente marginale. Il campionato della Crimea, non riconosciuto dalla UEFA, è di scarso livello. Un eventuale ritorno sotto le redini sportive dell’Ucraina, o peggio una migrazione verso il contesto russo, non cambierebbe le sorti di breve termine di questi club, che sarebbero costretti a ripartire dall’ultima serie. I vari club di Sevastopol e Simferopol avrebbero però da guadagnare nel lungo periodo da una dimensione ufficiale del proprio calcio. La Crimea è in un limbo, è da sempre una terra contesa, di conflitto, per la sua posizione geopolitica di sbocco naturale sul Mar Nero. La flotta sovietica l’ha presidiata per decenni, ed era solo questione di tempo prima che la volontà di annetterla della Russia si manifestasse in tutta la sua violenza.

 Guardando alla situazione interna in Russia, quali sono gli intrecci, ed eventualmente le contraddizioni, nel legame tra politica e calcio?

Partiamo dal presupposto che in epoca socialista i club principali erano sostanzialmente espressione di un ramo dello Stato: i calciatori, di fatto, erano “dilettanti” stipendiati dall’asset controllato dallo Stato. E così il CSKA era sotto il controllo dell’Armata Rossa, la Lokomotiv era la squadra dei Ferrovieri, e così via. Oggi parliamo di club professionisti, il controllo dei quali è spesso appannaggio di ricchi residuati della vecchia oligarchia sovietica. Questi ultimi hanno in seguito cominciato ad investire le loro ricchezze altrove, in contesti più redditizi. In Premier, ad esempio, dove Roman Abramovich al Chelsea ha dato vita ad un livellamento verso l’alto degli investimenti, attraendo fondi sovrani dai Paesi del Golfo Arabo in qualità di nuovi compratori dei club inglesi: un trend che non solo dura tutt’oggi, ma che si è allargato al contesto americano. Il calcio del popolo, con tutte le postille e la retorica del caso, ha smesso di esistere ed è relegato a contesti semi-professionistici: è inutile rimuginare sul passato. Il futuro è la Superlega, perché di fatto il calcio è già in mano ad una ristretta oligarchia: le sacche di competitività sono sempre più marginali.

Oltre all’Ucraina, esistono altre aree in Europa estremamente delicate,, nell’ambito della tensione tra Occidente e Russia. La situazione in Transnistria, ad esempio, merita di essere menzionata; ti andrebbe di presentarci un quadro di quella regione, riferendoti anche alla storia e dello Sheriff Tiraspol?

Lo Sheriff è anzitutto una storia di sport di successo, abbastanza recente. Da anni domina il campionato moldavo, a discapito dello Zimbru Chisinau sempre più in crisi. Ma non è una favola, è un club ricco, espressione della holding che domina la città, de facto capitale della Transnistria. Un caso raro (ma non unico) di club afferente una città che non si trova “realmente” nella Nazione a cui fa riferimento il campionato che disputa.

La storia della regione è senz’altro peculiare. In epoca più recente, la maggior parte delle industrie create nella RSS Moldava allo scopo di attirare immigrati dal resto dell’URSS, era concentrata nella Transnistria, mentre la parte della Moldavia a ovest del Nistro manteneva un’economia prevalentemente agricola. Nel 1990, la Regione della Transnistria rappresentava il 40% del PIL moldavo e produceva il 90% dell’energia elettrica dell’intera Repubblica di Moldavia. In questo contesto di grande disparità etnica e finanziaria, era chiaro che non sarebbe stato compito facile mantenere integro un Paese che aveva appena raggiunto l’indipendenza. La maggioranza della popolazione della Transnistria è slavofona (russo-ucraini),  mentre quella della Moldavia ha maggiori legami con l’etnia moldavo-rumena. Al momento, appare complicato uscire dallo status quo al punto da riconnettere, nei fatti, la Transnistria alla Moldavia. Gli investimenti nel calcio dello Sheriff hanno quindi facilitato l’accesso del club alle competizioni europee, e la squadra, totalmente estranea al povero circuito tecnico moldavo (nessuno dei titolari lo è, e ci sono pochissimi calciatori moldavi), si è fatta valere in Champions vincendo partite storiche, come contro lo Shakhtar di De Zerbi o come quella, davvero incredibile, del Bernabéu. Da sottolineare come, dopo l’uscita dall’Europa League, ai rigori contro i portoghesi del Braga, l’allenatore dello Sheriff, l’ucraino Jurij Vernydub, abbia lasciato momentaneamente il club e sia tornato in Ucraina, per stare vicino alla sua famiglia e unirsi all’esercito.

Georgia, Bielorussia, Paesi Baltici… Cosa ha rappresentato per questi Paesi, da un punto di vista calcistico, la dissoluzione dell’U.R.S.S.? Vi sono legami e contaminazione degna di nota tra storia, politica e sport?

I campionati di questi Paesi sono oggi tanto interessanti per gli appassionati, quanto, di fatto, poco competitivi. Ma la Dinamo Tbilisi ha una storia gloriosa, in quanto è riuscita a vincere due campionati sovietici, due coppe sovietiche e una Coppa delle Coppe. Risultati davvero incredibili, stante la difficoltà della massima serie sovietica: scalzare squadroni come la Dinamo Kiev, il club più titolato dell’URSS, Spartak, Dinamo e Lokomotiv Mosca, è un qualcosa da consegnare alla storia del calcio. Esserci riusciti in più di un caso è incredibile: in questo senso la dissoluzione dell’URSS ha letteralmente distrutto queste realtà, relegandole ad essere il classico gallo nel pollaio, purtroppo molto povero.

I tifosi della Stella Rossa di Belgrado hanno recentemente mostrato tutto il loro sostegno alla Russia (negli stati risuona frequentemente il coro “Russi e Serbi fratelli per sempre”), mentre il direttore generale del club ha parlato di “un’isteria anti-russa in tutta Europa”. Come è possibile contestualizzare tutto ciò nella storia politica, economica, religiosa (e, infine, anche sportiva) di quell’area?

A mio parere, più che nella storia etnica e nei legami politici fra il partito comunista sovietico e quello jugoslavo, espressione del potere di Tito, le motivazioni sono da ricercare nella concezione storica e molto attuale del nazionalismo di entrambi i Paesi. La Grande Serbia e la Grande Russia possono coesistere: il problema sono i loro vicini. E’ in questo senso che Putin ha manifestato il suo disegno geopolitico: la guerra ne è una (innaturale) conseguenza. Il sostegno dei serbi alla Russia quindi non deve affatto sorprendere, anche se fra tutti i regimi comunisti durante la guerra fredda, quello di Tito è stato senza dubbio il più autonomo e lontano da Mosca. I problemi di Tito erano altri, e si sarebbero manifestati con tutta la propria violenza a partire dalla sua morte.

 Molti allenatori, giocatori e dirigenti si trovano coinvolti, più o meno direttamente, in questa drammatica vicenda. C’è qualche storia in particolare che desideri raccontarci?

Questa è la domanda senz’altro più difficile a cui rispondere: dall’inizio della guerra ho cercato di tenermi lontano dalle questioni relative al pensiero e alle storie degli atleti con riguardo al conflitto. Le ragioni di ciò ci riconducono alla risposta alla prima domanda. È chiaro che il pensiero di un calciatore o di uno sportivo famoso, per l’opinione pubblica, possa avere maggior peso di quello del direttore di una stazione ferroviaria qualunque. Ed è ovvio che un personaggio in vista come Sheva possa e debba far sentire la sua voce, anche per quello che è il suo vissuto: l’ex attaccante dell’Ucraina aveva sette anni quando ci fu il disastro di Chernobyl, un evento che ha influenzato profondamente la sua vita, come del resto quella (trasferimenti forzati, rischio di gravi malattie) di tanti suoi coetanei. Si rischia, però, di ottenere un’altra versione delle interviste di fine partita: dire banalità è all’ordine del giorno. L’opinione pubblica non è abituata alla complessità del pensiero.

Un calciatore può dire la sua? Sì. Deve? No. Deve agire? Non necessariamente. Va condannato per questo? Non credo sia corretto. Penso a quello che è successo a Tymoščuk, attuale vice-allenatore dello Zenit San Pietroburgo in Russia, che per non essersi schierato con i suoi compatrioti ucraini è stato fatto oggetto di una damnatio memoriae di tutta la sua carriera in nazionale. Avrebbe dovuto lasciare il suo lavoro e la Russia, sposare ufficialmente la causa ucraina? Probabilmente sì, ma non conosciamo la sua vita: non sappiamo se la sua famiglia e i suoi figli stiano così bene a San Pietroburgo da non voler rischiare la vita altrove. Trattarlo come un traditore della patria non servirà a vincere la guerra, ma solo ad attirare altro odio. Qualunque posizione è strumentalizzabile. Anche la mia. Anche queste righe potrebbero esserlo. Chiaramente, agogno la pace e condanno l’ingiustificabile invasione russa, fatto di gravità inaudita in quanto viola il Diritto Internazionale e genera morte, distruzione e milioni di rifugiati. Detto ciò, non apprezzo minimamente la caccia al traditore da condannare, in atto in Ucraina, in Russia, o altrove, per effetto di una facile gogna mediatica.