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calciofonte: sito ufficiale FIGC

Riceviamo e pubblichiamo volentieri la riflessione sul calcio italiano degli amici di Misterdiprovincia, dopo le parole del CT Nicolato.

Siamo alla vigilia di un match estremamente importante per la nostra Nazionale che dopo l’insperata vittoria nel campionato europeo del 2021, si gioca a Palermo contro la Macedonia del Nord e (incrociamo le dita) in finale contro la vincente della sfida tra Portogallo e Turchia, l’accesso al mondiale in Qatar del prossimo inverno.

Nei giorni scorsi hanno fatto molto clamore mediatico le parole di Mister Paolo Nicolato, ct degli Azzurrini che ha dichiarato in una intervista: “Abbiamo bisogno di mettere sul piano della discussione l’utilizzo dei giovani. Il calcio italiano rischia di subire questa situazione; abbiamo bisogno di ragazzi per la Nazionale A. Se continuiamo così, dovremo pescare dalla serie C o trovare oriundi. In attacco praticamente non gioca più nessuno. L’Europa ci sta insegnando molte cose, dobbiamo avere umiltà e occhi.”

Noi di Mister di Provincia abbiamo molto a cuore l’argomento perché ci schieriamo apertamente dalla parte di Mister Nicolato, ma prima vogliamo fare un piccolo excursus storico ripercorrendo gli ultimi 16 anni del calcio italiano.

Nel 2006 l’Italia vinse il campionato del Mondo per la quarta volta; l’attacco della Nazionale vedeva nella lista dei convocati campioni del calibro di Francesco Totti (250 gol in Serie A), Luca Toni (157), Filippo Inzaghi (155), Alessandro Del Piero (188), ed Alberto Gilardino (188).

L’Italia vinse quel Mondiale è vero, ma i capocannonieri furono, con “ben” due reti, Luca Toni e Marco Materazzi. Non avevamo nemmeno allora un bomber trascinatore e goleador nonostante grandi campioni.

Ci è capitato recentemente di riprendere in mano alcuni giornali post vittoria del 2006 e molti tecnici e protagonisti del tempo sostenevano che quello doveva essere un punto di partenza, ma senza riforme e senza aiuti, senza progettualità e senza investimenti nei settori giovanili, poteva diventare un punto di arrivo.

Nel 2010 l’Italia venne eliminata ai gironi, così come nel 2014. Nel 2018 non si è nemmeno qualificata e nel 2022 rischiamo enormemente di non presentarci alla griglia di partenza.

Solo colpa dell’attacco? Assolutamente NO ovviamente.

Il problema è strutturale. Noi che bazzichiamo da parecchi anni i campi di provincia ed abbiamo costantemente a che fare con i settori giovanili constatiamo con mano quali sono i problemi del nostro calcio. Già nei settori giovanili si punta troppo al risultato anziché alla crescita dei ragazzi. Una sconfitta viene vissuta male anziché essere un momento di riflessione e costruttivo per migliorare. “Oddio rischiamo di perdere il campionato e di non qualificarci ai regionali”.

La cultura italiana dei genitori è quella di essere costantemente contro le decisioni dell’allenatore e dell’arbitro. In tribuna si assiste spesso a scene poco edificanti, anche nelle partite di bambini che dovrebbero solo pensare a divertirsi e a crescere per formarsi come calciatori indipendentemente dal livello che raggiungeranno. Sicuramente anche questo non è esemplare per i propri figli che si sentono, poi, autorizzati a comportamenti non adeguati per uno spogliatoio, per poi lamentarsi se, per “punizione”, il mister decide di non convocarli per la partita o di cacciarli durante la seduta di allenamento.

Le scuole calcio devono essere viste come dei centri di formazione, soprattutto in quelle categorie dove il risultato è relativo, ma la crescita del ragazzo è fondamentale. Le esercitazioni devono essere sempre viste in tal senso, ossia ad “allenare” la tecnica e la tattica individuale del ragazzo per poi passare a quella di reparto ricostruendo situazioni che simulino il più possibile la partita del fine settimana.