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milinkovicfonte: account facebook ufficiale SS Lazio

Era il 6 agosto 2015 quando un ventenne proveniente dalla Serbia sbarcò a Fiumicino appena dopo aver rifiutato la Fiorentina. Oggi, quel ragazzino, di anni ne ha 26. La sua casa è sempre Roma, la sua maglia è sempre biancoceleste, la sua squadra è sempre la Lazio.
E, letteralmente… Contro ogni pronostico.

Alzi la mano chi, all’inizio di tutta questa storia, avrebbe anche solo lontanamente immaginato che Milinkovic-Savic sarebbe rimasto nella Capitale per sei anni. Si sarebbe trattato di un sogno, un vero e proprio sogno.

A volte, però, i sogni si avverano, continuando anche ad occhi aperti. E questo, per i laziali, è decisamente il caso.

Milinkovic è entrato a fare parte della Lazio in punta di piedi, nonostante lo scompiglio che ha circondato il suo trasferimento.
Perché che fosse un giovane promettente era chiaro a tutti. Neo campione del mondo under 20 e terzo miglior giocatore del torneo. Motivi, questi, per cui la Viola aveva messo gli occhi su di lui ed è arrivata ad un centimetro dal tesserarlo. Poi, però, qualcosa non è andato secondo i piani.
O meglio, poi quel ragazzino serbo ha fatto vedere, sin dal principio, una delle qualità che lo hanno contraddistinto fino ad oggi: la capacità di mantenere la parola data. A soli 20 anni e nonostante le pressioni del padre per andare a giocare a Firenze.

“In quei minuti ero la persona più sicura del mondo che Milinkovic, nonostante fosse andato lì, avrebbe deciso di venire alla Lazio. La sera prima lui mi ha chiamato, dicendomi che doveva andare lì per rispetto di suo padre, ma che la sua scelta era stata fatta e che sarebbe venuto alla Lazio. Per questo gli sarò grato, perché ci sono pochi giocatori che fanno una cosa del genere.” Dichiarò Igli Tare qualche anno dopo, e aveva ragione.

Perchè in un calcio in cui in sede di mercato ormai vince la società più furba e cinica, i Della Valle non avevano considerato che esiste ancora qualcuno che le promesse le mantiene. Perché la parola data, vale.

“Non possiamo permetterci di aspettare i comodi di un ragazzino di 20 anni. Non è un giocatore che sposta gli equilibri”, glissò così Pradè quando venne incalzato a rispondere sulla vicenda. Ad oggi, la storia parla da sé. All’epoca invece si trattava di un attacco duro e forte, ma che venne rispedito al mittente qualche mese dopo.

9 gennaio 2016, Fiorentina-Lazio. Sergej non aveva ancora segnato il suo primo gol in campionato, e quale miglior giorno se non quello del 116esimo compleanno della Lazio? Ecco allora un gol che fa trasparire tutta la sua testardaggine in mezzo al campo: recupero al limite dell’area, dribbling in mezzo a tre e rasoterra che si infila alle spalle di Tatarusanu. E in una partita in cui succede di tutto, non può di certo mancare l’esultanza polemica con cui il Sergente si fa conoscere per come è: sfacciato e con quel giusto pizzico di sana arroganza che poi dimostra anche sul terreno di gioco.
Linguaccia e corsa per il Franchi ad indicare lo stemma della Lazio, proprio sotto la tribuna dove sedevano Pradè e tutta la dirigenza, come a simboleggiare di aver fatto la scelta giusta.

Da lì in poi, l’avventura in biancoceleste del centrocampista serbo è una continua escalation.
Tra l’affermarsi sempre di più nel centrocampo di Pioli, al diventare un punto fermo e fondamentale dei sistemi di gioco di Inzaghi.
Sei anni in cui Milinkovic ha fatto vedere tutto ciò di cui è capace: classe da vendere, verticalizzazioni, cambi di gioco perfetti, lanci lunghi, punizioni, giocate da brividi, tecnica sopraffina e intelligenza tattica superiore.
E sei anni in cui è entrato ogni giorno di più nel cuore dei laziali, per mille motivi.

Primo tra tutti, la professionalità innata che lo ha sempre contraddistinto.
Di occasioni per partire ce ne sono state tante. Di momenti in cui le cose non andavano bene e abbandonare la barca sarebbe stata l’opzione di tanti, anche.

Dopo quel 20 maggio del 2018, per esempio, con la qualificazione in Champions sfumata all’ultima giornata molti giocatori del suo calibro avrebbero girato i tacchi e sarebbero andati per la propria strada, e sarebbe stato anche legittimo. Milinkovic, invece, non solo è rimasto nella Capitale resistendo alla corte dei top club europei, ma ha addirittura rinnovato nuovamente il proprio contratto.
Cosa che fece anche l’anno successivo, con la Lazio arrivata ottava e la sola Coppa Italia a salvare la stagione. Una situazione in cui la sua partenza sembrava scontata per qualsiasi tifoso. Soprattutto se si pensava che ad inizio anno le critiche nei suoi confronti erano state tante e pesanti. Ma nonostante l’ennesima estate da cardiopalma, alla chiusura del mercato il Sergente era ancora a Roma. E a Roma è rimasto sempre, nonostante la Champions sia riuscita a giocarla solamente lo scorso anno e nonostante sia, senza alcun dubbio, il giocatore della rosa che più meriterebbe di calcare quei palcoscenici ogni singola stagione.

Per i laziali, Milinkovic-Savic, è motivo d’orgoglio puro e vero.
Mai una parola fuori posto, mai i piedi puntati per andare a battere cassa dalla società, mai una polemica, mai uno scandalo. Mai un problema che fosse di natura tecnica, tattica o economica.

Quello di Milinkovic-Savic è l’esempio lampante di cosa significhi “professionalità”. Un ragazzo che potrebbe giocare ovunque, ma che in un mondo calcistico dominato dal dio denaro ha sempre prediletto le scelte più coraggiose, quelle fatte con il cuore. Perché per uno dei migliori centrocampisti in circolazione rinunciare ad ingaggi faraonici e alla possibilità di giocare sempre nell’Europa dei grandi, di coraggio, ce ne vuole eccome.

E se ormai per ogni tifoso laziale è un simbolo di appartenenza e serietà, è anche grazie ai piccoli gesti inaspettati e assolutamente non dovuti che ne hanno caratterizzato tutto il percorso.

Come lo stemma indicato dopo un gol al derby davanti a tutti i tifosi della Roma o quel pianto liberatorio dopo la rete in Lazio-Cagliari perché aspramente criticato (con striscioni beceri annessi) per mesi. Periodo in cui venne addirittura additato da alcuni come mercenario. Lui che aveva scelto di restare, nonostante tutto, perché aveva promesso di riportare la Lazio in Champions League.

O come le dichiarazioni d’amore arrivate di punto in bianco, o l’esultanza dopo il gol del vantaggio in finale di Coppa Italia contro l’Atalanta.
Una partita, quella, che nemmeno avrebbe dovuto giocare perché infortunato. E invece si è ritrovato ad entrare all’80’ e a segnare all’82’ su angolo. Quanto basta a cancellare gli spettri dei mesi precedenti? Un salto. Al momento giusto, all’altezza giusta, nella partita giusta. Quasi fosse destino. La fame di voler lasciare il segno gliela si leggeva negli occhi, la voglia di riscattare una stagione altrettanto. Ed è così che, dopo quel colpo di testa, esultare con una corsa sfrenata sotto la Nord e baciare la maglia, è stato un gesto semplicemente istintivo.

Oggi, quel ragazzino arrivato dalla Serbia a soli 20 anni, è diventato uomo e lo è diventato a Roma. Nella squadra in cui è entrato in punta di piedi e di cui ora è trascinatore assoluto, leader conclamato, vice Capitano, nonché simbolo.
E tutto questo dopo 247 presenze (25esimo più presente di sempre), 47 gol, 39 assist, tre trofei, un atteggiamento impeccabile e un senso di appartenenza di chi laziale non ci è nato, ma lo è diventato con il tempo.
Ha scelto sempre, ogni giorno per sei anni, la Lazio. Sovvertendo ogni pronostico e andando contro ad ogni scelta che per un giocatore del suo calibro sarebbe stata logica, razionale e, forse, addirittura giusta.

E allora ormai possiamo dirlo e gridare a gran voce ciò che è semplicemente fattuale: come altri, anche Sergej Milinkovic Savic sta facendo la storia della Lazio.