ESCLUSIVA – Xavier Jacobelli: «Gattuso merita tutti gli applausi. Mancini bis? Ci credo molto»

7 Novembre 2026 di 10 min di lettura
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Xavier Jacobelli

Un predestinato, Xavier Jacobelli. È nato lo stesso giorno e anno (29 agosto 1959) di Ramón Ángel Díaz, l’ex campione argentino, come mi dice sorridendo al telefono. Dove mi intrattiene per una mezz’ora godibilissima, nella quale parliamo di tante cose: dai suoi inizi fino ai giorni nostri, rievocando aneddoti, campioni del passato e maestri del giornalismo. Quello “suo”, che rivendica con orgoglio. Una passione virulenta, capace di animarlo fin da giovanissimo, un amore precoce che il direttore ha saputo mirabilmente tradurre in professione. Che, a distanza di quasi mezzo secolo, continua a esercitare con immutato rigore e senso di responsabilità. “Perché, sottolinea, noi giornalisti dobbiamo nutrire sempre il massimo rispetto nei confronti dei lettori”. Il giornalista bergamasco, più che un’intervista, mi regala una vera e propria lezione di giornalismo. Eloquio affascinante e fluido, mentre risponde alle mie domande sembra quasi di leggerlo sulle pagine di “Tuttosport” e “Corriere dello Sport”, i suoi antichi amori, dove tiene ancora banco – per fortuna – con i suoi magistrali editoriali. Jacobelli è tante cose in uno: volto televisivo, voce radiofonica, penna raffinata. Una versatilità rara, che ne fa uno dei giornalisti più autorevoli del panorama nazionale.

Una carriera sontuosa, la sua: come iniziò?

“Fin dai tempi del liceo divoravo letteralmente la carta stampata. Era la fine degli anni Settanta e facevano la loro comparsa le prime Tv e radio private. Io ebbi la fortuna di collaborare con una piccola emittente della mia città, “Videobergamo”, il cui direttore era Vittorio Feltri, che all’epoca era un giornalista del “Corriere della Sera”. Poi passai alla redazione bergamasca del quotidiano “La Notte”, dove mi occupavo di tutto, dalla cronaca nera a quella giudiziaria, dagli spettacoli al costume. Finii poi a lavorare nella redazione centrale del giornale, che all’epoca usciva nel pomeriggio e vendeva circa 180mila copie”.

E il passaggio allo sport come avvenne?

“A ventisette anni ebbi il privilegio di collaborare, per un breve periodo, con la “Gazzetta dello Sport”. Poco dopo, corteggiato dal grande Domenico Morace, passai al “Corriere dello Sport”, quotidiano che molti anni più tardi avrei diretto e sul quale ancora scrivo”.

Ha bruciato le tappe: ad appena 38 anni divenne direttore di “Tuttosport”…

“Sì, raccolsi la pesante eredità di Gianni Minà. Fu una grandissima emozione. Il giornale non se la passava bene, l’editore Roberto Amodei mi attribuì la delicata responsabilità di risollevarne le sorti. Amodei è stato importantissimo per me, oltre a essere un editore straordinario è una persona perbene, riservata e semplice, un vero signore. Gli dirò per sempre grazie”.

E, tra i suoi colleghi, chi si sente di ringraziare a distanza di anni?

“Vittorio Feltri è stato un faro per il sottoscritto. Mi ha iniziato alla professione, mi ha insegnato il mestiere. Grazie a lui ho imparato molto, è stato preziosissimo all’alba del mio percorso dandomi consigli che mi sono tornati utili molti anni dopo. A lui mi lega un rapporto di profonda gratitudine. Mi ha sempre stimato e voluto bene al punto che, nel 1994, mi nominò caporedattore sportivo del “Giornale”, quotidiano di cui aveva appena assunto la direzione. Con lui è stato come fare, insieme, liceo, università e master. Un gigante”.

Bei tempi, verrebbe da dire: oggi che giornalismo viviamo?

“Non c’è paragone tra la mia epoca e quella attuale. È cambiato anche il mondo che frequentiamo. Se penso che prima i nostri tre quotidiani, “Gazzetta dello Sport”, “Corriere dello Sport” e “Tuttosport”, erano i punti di riferimento assoluti dell’informazione sportiva mi vengono i brividi. Erano loro gli interlocutori privilegiati dei protagonisti dello sport. Oggi, evidentemente, non è più così. Il ruolo di intermediazione tra tifoso appassionato e campione è svolto dai vari canali digitali: pensiamo ai “follower” di un grande giocatore come Cristiano Ronaldo. È cambiato fatalmente anche il nostro modo di lavorare. Una volta si accedeva tranquillamente ai centri sportivi, potevi assistere agli allenamenti e intervistare i vari protagonisti”.

Come si fa il mestiere in questo mutato contesto?

“I tempi sono cambiati, ma la “conditio sine qua non” del nostro lavoro è rimasta la stessa. In un sistema dove imperversano i cosiddetti “acchiappalike” bisogna proporre una informazione che risponda a tre requisiti fondamentali: autorevolezza, attendibilità e credibilità dell’informazione stessa. Che corre a una velocità impressionante, ma proprio qui risiede la discriminante: bisogna essere bravi a raccontare lo sport evidenziando gli aspetti positivi del mondo professionistico votato, come sappiamo, al business ma anche portatore di esempi virtuosi come dimostrano, per fortuna, Sinner e Antonelli”.

C’è un rimpianto nella sua luminosa carriera?

“No. In tutti questi anni, però, non sono mancati momenti delicati, anche drammatici. Penso all’alluvione che mise in ginocchio il Piemonte e la Valle d’Aosta nell’ottobre 2000. Ero direttore di “Tuttosport”, la nostra redazione era inagibile e fummo costretti a trasferirci poco lontano, in una sede improvvisata, dove lavorammo con mezzi di fortuna. L’indomani, nonostante tutto, andammo in edicola. Come dimenticare, inoltre, il periodo del Covid: durante il primo lockdown ci ritrovammo in cinque a lavorare nel centro direzionale di corso Svizzera, a Torino. Esperienze indimenticabili che mi hanno insegnato ad affrontare qualsiasi ostacolo con la massima determinazione”.

Il suo lavoro l’ha portata un po’ ovunque: c’è una città che, più delle altre, le è rimasta nel cuore?

“Abbiamo la fortuna di vivere in un Paese meraviglioso. Non ho mai avuto problemi di ambientamento. Ho vissuto egregiamente a Torino, Milano, Firenze, Bologna e Roma. Anche al Sud sono sempre stato benissimo: Palermo, Napoli e Cagliari sono città stupende e calorose. Forse Torino è quella a cui sono più legato per motivi professionali”.

I suoi occhi hanno visto centinaia di partite: la sua sfida per antonomasia?

“Due su tutte. Stadio “Camp Nou” di Barcellona, Milan–Steaua Bucarest, finale di Coppa dei Campioni vinta dai rossoneri per 4-0 davanti a 90 mila tifosi. Correva l’anno 1989, fu una serata memorabile. Poi ricordo un altro trionfo rossonero, la Coppa Intercontinentale vinta a Tokyo, nel 1990, contro l’Olimpia Asuncion. L’ultima recita di Arrigo Sacchi, un allenatore che ha rivoluzionato il nostro calcio”.

E i campioni?

“La lista è lunga. Ho avuto il privilegio di vivere l’età dorata del nostro football. Penso ai tre olandesi del Milan, a Baggio, a Vialli e a Maradona…”

Diego è stato il più grande di tutti?

“Un fenomeno assoluto. Era dotato di una umanità straordinaria. Sei anni fa, quando è uscito di scena, abbiamo perso tutti un patrimonio inestimabile del nostro sport. Un campione vero, che ho avuto modo di conoscere durante la stagione del primo scudetto partenopeo. Le racconto un aneddoto rimasto scolpito nella mia mente…”

Prego…

“Il Napoli era in ritiro a Pinzolo, io ero l’inviato del “Corriere dello Sport”. Sulla cittadina delle Dolomiti si abbatté una sorta di diluvio universale. Maradona, al termine dell’allenamento, si rivolse con ghigno di sfida al portiere Garella: “Preparati, ti metto all’incrocio venti palloni su punizione”. E così fece, davanti a una barriera sagomata, sotto gli occhi attoniti miei e quelli di altri colleghi. Uno spettacolo incredibile, Maradona sembrava un robot, invece era tutto vero. Spero che l’imminente processo circa la sua morte gli renda giustizia. Un simbolo del calcio mondiale e di Napoli.”

A proposito di Napoli, la squadra di Allegri non sta vivendo un bel momento e domenica arriva la Lazio…

“Sette sconfitte in quattordici sfide ufficiali rappresentano un serio campanello d’allarme. I motivi del periodo negativo sono molteplici. La formazione azzurra paga fatalmente l’usura di qualche veterano e tradisce qualche isterismo di troppo, come ha testimoniato l’ultimo impegno di Champions. Il mercato estivo, poi, non è stato all’altezza, Allegri rischia di andare incontro a una stagione anonima e domenica, come sottolineava lei, arriva la sorprendente Lazio di Rino Gattuso”.

Un inizio da record, quello dei biancocelesti…

“Comunque vada a finire la stagione, i ragazzi di Gattuso hanno fatto qualcosa che rimarrà per sempre nella storia del club capitolino. Gattuso è stato bravo a isolare la squadra dalle tensioni ambientali figlie della frattura ormai insanabile tra tifosi e proprietà. Ha cementato il gruppo rivalutando giocatori che sembravano bolliti: penso a Belahyane, Mandas, Isaksen e Tavares. Una bella storia di calcio, Gattuso merita tutti gli applausi che sta raccogliendo. Si sta profilando un torneo molto intrigante. Vedo favorita l’Inter, che ha respinto con autorevolezza, in Champions, le critiche del post-derby, ma attenzione anche a Roma, Milan e Como”.

Capitolo Nazionale: quanto confida nel Mancini bis?

“Molto. Il nostro commissario tecnico è chiamato a rimettere insieme i cocci dopo le ultime, cocenti delusioni. Abbiamo il dovere di raggiungere gli Europei prima e i Mondiali dopo. Non sarà un lavoro semplice, occorre pazienza, bisogna guardarsi bene dalla frenesia, rivelatasi, in passato, il nostro principale nemico. La partenza positiva in Nations League non deve illuderci, bisogna seguire la strada indicata da Silvio Baldini che ha dato fiducia ai giovani conducendo in modo brillante la sua Under 21 agli Europei 2027. Non è vero, poi, che il nostro calcio è orfano di talenti: Papaccioli e Liberali del Como, per fare due esempi recenti, hanno fatto benissimo in Coppa…”

I suoi consigli ai giovani aspiranti giornalisti?

“Una solida preparazione culturale unita a una grande passione e alla conoscenza delle lingue. Bisogna sempre verificare le notizie, approfondirle e non limitarsi ad attingerle su questo o su quell’altro sito. E, infine, mai arrendersi alle prime difficoltà”.

Quanto le piace la radio?

“È uno strumento immortale. Il DAB, poi, ne ha migliorato l’ascolto raggiungendo ogni latitudine. Sono orgoglioso di fare parte della squadra allestita da Ilario Di Giovambattista, direttore di “Radio Radio”, una realtà partita da Roma ma che ormai si è consacrata a livello nazionale. Quarant’anni fa, la sua, fu una intuizione rivelatasi geniale. Merito, anche, degli autorevoli colleghi che quotidianamente discettano di sport. E’ una dimensione molto bella e stimolante”.

Lei ha sempre difeso il mondo ultras: come mai?

“Perchè conosco bene certe dinamiche. Il mio primo impatto avvenne, tanti anni fa, alla festa della Dea, la kermesse che ogni anno organizzano i tifosi della squadra della mia città, l’Atalanta. Lì conobbi il loro leader, Claudio Galimberti, meglio noto con il soprannome “Bocia”. I ragazzi della curva sono straordinari e ricchi di valori, vengono sempre additati come il male del calcio quando spesso, invece, si rendono protagonisti di iniziative lodevoli. Li apprezzo molto, poi ognuno è libero di pensarla come vuole”.

Se non avesse fatto il giornalista?

“Bella domanda. Mio padre era un professore di matematica e fisica, mio nonno un avvocato. Chissà, forse sarei diventato notaio…”