Quell’Italia che non esiste più

6 Novembre 2026 di 5 min di lettura
Ascolta l'articolo
La lettura usa la voce disponibile sul browser o sul dispositivo.
italia
C’era un momento della giornata in cui il nostro quartiere si trasformava in uno stadio di Serie A. Succedeva più o meno dopo le quattro del pomeriggio.
Si partiva dai citofoni.
«C’è Marco?»
«Sì, un attimo che scende»
Poi Luca, Andrea, Stefano e via via tutti gli altri. Bastava fare il giro di qualche portone e la squadra era pronta. Il pallone sotto il braccio e via.
Qualcuno aveva già mangiato una merendina, qualcun altro aspettava che lo spuntino “scendesse” direttamente da casa.
Quante volte abbiamo visto la nonna di qualche nostro amico, che per non costringere il nipote a tornare su, apriva la finestra e calava un cestino con una corda. Dentro c’era pane e Nutella, magari una fetta di torta. Due minuti per mangiare, il cestino tornava su e si ripartiva.
A quell’età la prima preoccupazione era trovare uno spazio libero. Le biciclette erano il nostro mezzo di trasporto e con la brillantina tra i capelli e quelle righe perfette lasciate dal pettine, ci sentivamo dei veri professionisti.
Poi arrivavano i capitani e cominciava la selezione:
«Prendo Ale»
«Io voglio Fede»
Tutti in fila, con gli occhi puntati sui due che sceglievano. Qualcuno si faceva avanti senza troppi complimenti.
«Io! Io! Prendi me!»
Essere scelti per primi era una soddisfazione. Restare tra gli ultimi, invece, era una piccola tragedia personale… ma anche uno stimolo a dare di più.
La partita cominciava e con lei le infinite discussioni. Il fallo era fallo soltanto se lo subivi tu, il pallone finito sulla macchina parcheggiata era sempre colpa di qualcun altro e il gol tra due giubbini diventava regolare o irregolare a seconda di chi lo aveva segnato. Si giocava fino a quando arrivava la frase più temuta:
«Chi segna questo vince».
Dopo tre ore di partita, qualcuno alzava bandiera bianca, ma era in quel momento che bisognava tirar fuori le ultime energie per vincere la partita. Potevano volerci altri dieci minuti come venti secondi. Tutti volevano vincere, ma nessuno voleva tornare a casa da sconfitto.
Ma la nostra giornata non correva soltanto dietro ad un pallone.
C’erano le care vecchie lire nelle tasche dei nostri pantaloni, quelle monete che contavi prima di entrare al bar. Un gelato come il Cornetto poteva costare intorno alle 600 lire negli anni Ottanta. Non era una spesa da fare a cuor leggero se avevi già in programma di andare in sala giochi.
Lì bastava un gettone per sentirsi grandi. Sceglievi il tuo videogioco preferito e per qualche minuto diventavi imbattibile. Se avevi ancora qualche spicciolo, potevi concederti una partita a biliardino. Due contro due, le mani sulle stecche, il rumore delle palline e le discussioni interminabili per un gol subito da chi ha rullato. A volte si litigava più lì che durante una partita vera.
Poi arrivavano le prime fidanzatine e cominciavano “altri problemi”.
Per telefonare bisognava trovare una cabina libera e un posto piuttosto appartato e silenzioso, infilare qualche spicciolo e comporre quel numero che ormai conoscevi a memoria. Entravi, chiudevi la porta di vetro e cercavi un po’ di privacy. Ma qualcuno passava sempre, si fermava a guardare e magari capiva benissimo chi stavi chiamando.
Il momento peggiore arrivava quando rispondeva qualcun altro.
«Pronto?»
La voce di suo padre. Gli occhi fissi sul credito residuo… che dopo lo scatto alla risposta era già praticamente all’osso.
A quel punto il coraggio spariva.
«Buonasera, c’è…». E cominciavi a cercare le parole giuste, sperando che non facesse troppe domande. Se andava male, riattaccavi e riprovavi più tardi.
A casa intanto c’erano le musicassette registrate dalla radio, con il dito pronto sul tasto REC per non perdere l’inizio della canzone.
C’erano le fotografie e i rullini da portare a sviluppare, le figurine da scambiare e le partite a Subbuteo.
La PlayStation? No, quella sarebbe arrivata dopo. Prima c’erano i pomeriggi passati davanti ai Flipper, Pac-Man, Donkey Kong, Mario Bros, Tetris, Street Fighter, Commando e tantissimi altri, magari con il sottofondo di qualche hit del momento suonata da un vecchio jukebox.
Poi, lentamente, arrivava sera. Le finestre dei nostri palazzoni si illuminavano e le mamme cominciavano a chiamare insistentemente.
«È pronto!»
Qualcuno rispondeva:
«Ancora cinque minuti!»
Si tornava a casa con le ginocchia distrutte, la maglietta sudata e magari una discussione ancora aperta per un gol annullato.
Oggi quei campetti spesso sono vuoti. Le abitudini sono cambiate e anche il modo di incontrarsi è totalmente diverso.
Non era un’epoca perfetta, ma aveva un suo ritmo.
Si aspettava, si cercava, ci si arrangiava.
Siamo la generazione nata in un mondo senza cellulari, senza Internet e senza social network, ma che ha imparato ad adattarsi anche con tutto questo.
Alle nuove generazioni vorrei dire una cosa. Ragazzi, non serve avere sempre tutto per essere felici. A volte basta qualche amico e un pomeriggio libero per divertirsi davvero. Non rincorrete continuamente qualcosa che ancora non avete e non arrabbiatevi se non potete permettervi tutto e subito.
Imparate a godervi anche le piccole cose.