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portierifonte: sito ufficiale FC Inter

Ogni tanto si ha voglia di scrivere per onorare qualcuno. Il bisogno di omaggiare un calciatore, ma non qualcuno in particolare. Diciamo che subentra la necessità di portare alla luce quelle figure che nel panorama calcistico sono immerse nel silenzio, lontane dal clamore, dai cosiddetti “botti di mercato”, dai microfoni e dalle interviste, la totale assenza di reporter sotto casa e, per fortuna, anche lontano dalle polemiche. Si tratta di un tipo di giocatore che lavora in silenzio, in attesa di un momento che non arriverà mai se non per un astrale combinazione di accadimenti. Oggi vi condurremo alla scoperta della vita del terzo portiere, componente conosciuto nei centri sportivi e negli spogliatoi. Ma parimenti sconosciuto ai più, a meno che questi non prendano la forma del tifoso più sfegatato del mondo. Quello che ricorda i nomi di mogli, figli, numero di scarpe e piatto preferito dei propri beniamini. Prendendola con la dovuta filosofia, il terzo portiere sarebbe un calciatore come tutti, magari con ingaggio più basso rispetto ai due che si contendono il posto. Per il passato veniva scelto tra quelli ai quali mancava un anno o poco più per finire la carriera, mentre oggi si tenta anche la via dei giovanissimi, che vengono messi sotto la tutela dei colleghi più grandi per carpirne i segreti e crescere meglio e più in fretta. Per i tifosi di una certa età (diciamo quelli nati negli anni sessanta), patiti della raccolta delle mitiche figurine Panini, un prototipo è stato senz’altro Giancarlo Alessandrelli, marchigiano di Senigallia, classe 1952. Secondo di Dino Zoff alla Juventus. Una vita ad aspettare invano un raffreddore, un orzaiolo, del re di tutti i portieri. Invece niente. Dal 1975 al 1979 rimane inchiodato in panchina dalla quale si alza soltanto il 13 maggio 1979, ultima di campionato. La Juve è in vantaggio contro l’Avellino per 2-0 e Trapattoni, mosso a pietà, ordina ad Alessandrelli di scaldarsi ed entrare. Nessuno si sarebbe mai immaginato che quei 26 minuti avrebbero cambiato la sua storia di eterno dodicesimo. Da sconosciuto balzò agli onori della cronaca per aver incassato ben tre gol (Massa e doppietta di De Ponti per il 3-3 finale). Per essere precisi ed evitare critiche, sappiamo di aver parlato di terzi portieri, mentre Giancarlo era una prima riserva. Ma va detto che, a quei tempi e fino a non molti anni fa, l’estremo difensore era un ruolo inamovibile. Il titolare era capace di giocare per decenni senza mai abbandonare la linea bianca. Oggi, con le alternanze, ci sono più possibilità di ammirare nell’arco di una stagione le prestazioni di tutti e tre i portieri a disposizione.

Ritorniamo in carreggiata dedicandoci ad un titolare diventato, nel tempo, uno stimatissimo terzo, rispettato nello spogliatoio e dall’intero staff del Milan. Parliamo di Valerio Fiori (attuale allenatore portieri del Napoli) noto per i suoi trascorsi alla Lazio, al Cagliari e poi secondo di Toldo alla Fiorentina. Nel 1999 la chiamata rossonera alla corte di Zaccheroni. Fiori rimarrà in rosa come un sacro totem anche nelle fortunate stagioni di Ancelotti vincendo, da non protagonista, tutto quello che un tifoso possa immaginare. E l’erba? Valerio l’annusa soltanto nel 2003, giocando contro il Piacenza in campionato e contro la Sampdoria in Coppa Italia. Ma il record dei record è sicuramente quello del fiorentino (di nascita) Tommaso Berni, già alla Lazio, una presenza nella massima serie portoghese (stagione 2011-2012) con la maglia dello Sporting Braga. Berni ha vestito la maglia dell’Inter dal 2014 al 2020 non soltanto senza giocare mai nemmeno un secondo, ma collezionando addirittura due espulsioni. Analizzando il curriculum, possiamo definire Berni un habituè della poltrona, avendo a referto, dal 2009 al 2020, soltanto 8 presenze. L’ex interista ha dato continuità alla sua carriera soltanto nel triennio 2003-2006 giocato nella Ternana (82 le presenze).

Domeniche tranquille, viaggi, ingaggi sicuri vivendo in un mondo dorato senza la minima responsabilità? Questa indagine non può trarre una conclusione così banale e fuorviante, indegna anche del pensiero del tifoso medio. Bisogna avere personalità, freddezza, credere fermamente nei propri mezzi, lavorando come tutti i compagni pur sapendo di non giocare mai. Mantenere alto l’impegno a queste condizioni non è impresa facile per nessuno, lo “sbraco” è sempre un nemico che si annida nella mente e compare dietro l’angolo. Sentirsi dei privilegiati e, al fischio di inizio, guardare gli altri per mesi non è cosa adatta a tutti. Per credere, sentite il pensiero di Lee Grant, pantofolaio al Manchester United. “E’ sempre frustrante quando arriva il giorno della partita e tu non giochi. So di avere davanti alcuni dei migliori al mondo ma da professionista hai sempre quell’orgoglio che ti porta a voler giocare. Dentro casa giro come uno zombie lamentandomi che sono abbastanza forte per poter giocare, che mi faccio un sedere così in allenamento”. Sarebbe logico consigliare Grant di cambiare aria. Ma il 38enne pensa al futuro: “Voglio diventare allenatore, o dei portieri o della prima squadra, quindi lo United è un ottimo punto di partenza. Tutti gli allenatori che ho avuto, da Mourinho a Solskjaer, sono stati splendidi nella voglia di integrarmi e rendermi partecipe”. Lee ha le idee chiare, sul presente da tenersi stretto e le mire futuristiche, ma attenzione alla logica aristotelica: tertium non datur.