Ma se oggi chiudessimo tutte le scuole calcio, cosa succederebbe?
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Proviamo a immaginarlo.
Domani mattina chiudono tutte le scuole calcio. Niente allenamenti, niente esercitazioni, niente partitelle organizzate. Per qualche giorno, il pallone torna nelle mani dei ragazzi. E basta.
Che cosa succederebbe?
Qualcuno direbbe che è una follia. Che senza istruttori, preparatori e programmi di lavoro non si impara a giocare. Altri, invece, si ricorderebbero di quando il calcio si imparava in un piazzale, in un oratorio, su un campo spelacchiato dove le porte erano due zaini e il pallone, quando andava bene, aveva ancora tutte le cuciture al loro posto.
Non c’erano esercitazioni sul controllo orientato. C’era un pallone che rimbalzava male e qualcuno che cercava di fermarlo.
Non c’erano lezioni sulla protezione della palla, c’era quello più grosso che arrivava da dietro e, se non imparavi a usare il corpo, finivi contro un muro o dentro una siepe.
Non c’erano allenatori a spiegarti come saltare l’uomo, dovevi inventarti qualcosa. Una finta, un cambio di direzione, un colpo di suola. Se funzionava, la rifacevi; se non funzionava, perdevi la palla.
E poi c’era una cosa che oggi sembra quasi scomparsa, giocavi contro chiunque. Quello più bravo, quello meno bravo, quello più grande di te. A volte prendevi dieci gol, altre riuscivi a fare la differenza, ma nessuno ti fermava ogni trenta secondi per correggerti e spiegarti dove avevi sbagliato.
Dovevi capirlo da solo.
Il calcio di strada era bello proprio perché non era perfetto. Non tutti avevano le stesse opportunità, non tutti venivano accolti e non tutto quello che succedeva là fuori era educativo. Non serve raccontarsela.
Però quel calcio ti costringeva a leggere il gioco, a prendere decisioni, a trovare soluzioni. E soprattutto ti lasciava giocare.
Oggi abbiamo strutture migliori, campi in ordine, istruttori preparati, metodologie di lavoro che possono aiutare un ragazzo a crescere. Sarebbe assurdo negarlo. Le scuole calcio sono fondamentali, soprattutto perché tanti bambini non hanno più un cortile, un oratorio o un gruppo di amici con cui organizzare una partita.
Ma proprio qui nasce la domanda.
“Siamo sicuri che allenarli tanto significhi imparare a giocare meglio?”
Perché un conto è eseguire un esercizio analitico con i coni disposti alla distanza giusta, senza avversari e con tutto il tempo necessario. Un altro è ricevere palla con uno addosso, sentire il compagno che ti chiama, vedere uno spazio che si sta chiudendo e decidere in una frazione di secondo che cosa fare.
La partita non ti aspetta. Non mette in pausa il gioco perché devi sistemare il piede d’appoggio. Non ti concede un secondo tentativo perché il primo controllo è venuto male.
E allora devi cavartela.
È lì che il gesto tecnico incontra il pensiero. È lì che capisci se un ragazzo sa soltanto eseguire oppure riesce anche a interpretare quello che succede intorno a lui.
Per questo mi faccio un’altra domanda: “Oggi i ragazzi giocano abbastanza o passano gran parte del loro tempo ad allenarsi?”
Perché giocare e allenarsi non sono la stessa cosa. E non sto dicendo che uno sia più importante dell’altro. Sto dicendo che servono entrambi.
Mi colpisce, però, quanto presto abbiamo cominciato a trattare i bambini come piccoli professionisti. La scelta dello scarpino, il taglio di capelli come un vero top player, il video della giocata migliore fatto girare per renderlo virale nel proprio profilo social per mostrare le qualità del figlio. Tutto sembra finalizzato a dover raccontare che lì dentro c’è un potenziale campione. Ma campione di cosa?
A volte sembra che non basti più giocare bene. Bisogna anche documentarlo, pubblicarlo, mostrarlo. Come se una bella giocata avesse valore soltanto quando qualcuno la guarda attraverso uno schermo.
Intanto, magari, quel ragazzo avrebbe bisogno di un pomeriggio libero, di un pallone e di tre amici con cui giocare senza che nessuno gli dica cosa deve fare.
Senza un genitore a bordo campo che gli urla di passarla. Senza qualcuno che gli spieghi come avrebbe dovuto calciare. Senza la sensazione che ogni partita sia un esame e ogni errore una prova della sua inadeguatezza.
Perché il talento non si misura soltanto in quello che un ragazzo riesce a fare quando tutto è organizzato. Si vede anche in quello che inventa quando deve arrangiarsi.
Servono pallone, avversari, partite, errori. Servono ore di gioco vero. E serve il tempo per crescere senza avere sempre qualcuno che anticipa ogni problema, corregge ogni gesto e decide ogni cosa.
Forse il punto non è chiudere le scuole calcio: sarebbe una provocazione, non una soluzione. Ma prima di liquidarla, proviamo a farci un’ultima domanda: le scuole calcio servono soltanto a insegnare a giocare oppure, in alcuni casi, sono diventate anche una sorta di baby parking dove alcune famiglie lasciano i bambini, al sicuro, per qualche ora?



