DNA, social e calci d’angolo: il dramma (inesistente) di Romano Floriani Mussolini
C’è una nuova, gravissima minaccia per la democrazia, la Repubblica e l’intero ordine costituito occidentale. Non è l’inflazione (ormai il mio stipendio finisce ancora prima di essere accreditato in banca), non è la crisi energetica e non è nemmeno il traffico sul Grande Raccordo Anulare alle 8 di mattina (lo stesso dove ieri mattina ho rischiato di investire un monopattino guidato da un filosofo nichilista). No, la minaccia è un terzino destro che ha la pessima abitudine di giocare a pallone e, pensate bene, anche di segnare.
Sto parlando di Romano Floriani Mussolini. Ricordo, a scanso di equivoci, che (come tutti) non ha scelto i suoi antenati su Amazon Prime e indossa gli scarpini per fare il terzino e non per riaprire il parlamento di Vienna. Eppure, ieri sera al Mapei Stadium ha pensato bene di infilarla sotto la traversa e siglare il suo primo gol in Serie A (il fatto che sia successo nel giorno della ricorrenza della Marcia su Roma è un dettaglio che solo il karma poteva aggiungere).
E l’Italia, quella parte d’Italia che vive per indignarsi ad intermittenza sui social e riempire le colonne dei giornali di moralismo da cortile, ha giustamente preso la tramvia.
Mentre il paese sprofonda nei suoi problemi strutturali, scioperi, occupazioni, gente che giornalmente deve decidere se mangiare o mettere benzina, le coscienze pudiche del giornalismo e del web si sono compattate di fronte ad un dogma fondamentale: la colpa genetica. Perchè è chiaro, chiarissimo, che il DNA si trasmetta per via epidermica come il morbillo. Lo so bene io, che in terza elementare ho preso una nota per aver disegnato una svastica sul quaderno ed essendo io figlia di un Colonnello dell’Esercito – si sa – dovevo per forza averlo fatto per fini politici (in realtà – giuro – era solo una girandola venuta male e papà era di sinistra).
Di conseguenza, se il tuo bisnonno faceva i discorsi dal balcone, tu non puoi battere un calcio d’angolo senza che venga convocata d’urgenza l’Assemblea Generale dell’ONU o qualche tuttologo da tastiera che chieda la revoca immediata del battesimo e del codice fiscale.
Sui social è partito il delirio collettivo. C’è chi, con la stessa lucidità che ho io dopo il terzo mojito mentre cerco di spiegare che la terra non è piatta e che Telegram non è un canale di informazione attendibile, ha invocato la “cancellazione del cognome”. “Dovrebbe cambiarlo per legge!”, tuona il leone da tastiera mentre sputazza briciole di piadina sul divano. Immaginiamo la scena all’Anagrafe: “Buongiorno, vorrei cancellare metà del mio albero genealogico perché a un utente di X con 10.000 follower dà fastidio”. Prossimamente, pretenderanno che scenda in campo con il passamontagna e la voce alterata in perfetto stile protezione testimoni.
Non posso fare a meno di immaginare Gattuso che dà indicazioni negli spogliatoi: “Tu copri la diagonale, tu sali e tu… Romano… Stai fermo sennò sui social partono i sermoni di sociologia spicciola”. No, Gattuso non direbbe mai “sociologia spicciola”, userebbe altri termini più coloriti, lasciando totalmente immutato il senso. D’altra parte, pretendere che un ragazzo classe 2003 venga giudicato per come gioca, per come difende nell’uno contro uno o per come crossa sarebbe pretendere troppo. Molto meglio applicare la legge del contrappasso: ogni suo gol vale come un attentato eversivo. Ogni sua scivolata è un colpo di Stato in miniatura.
È uno spasso terrificante vedere la coerenza di chi pontifica (non solo sui social, ma anche su testate giornalistiche apparentemente autorevoli). Gli stessi che difendono il principio secondo cui “le colpe dei padri non ricadono sui figli” – pilastro del diritto romano, ironia della sorte – di fronte a Floriani Mussolini si trasformano in giacobini assetati di purificazione etnica preventiva. Chissà se, quando va al supermercato a fare la spesa la cassiera gli chiede il certificato di immunità ideologica o se pretende che firmi una liberatoria in cui dichiara di non aver mai gradito l’architettura razionalista.
Facciamo un patto di civiltà (o almeno di decenza calcistica). Lasciamo che Romano pensi a correre sulla fascia e a godersi il primato in classifica della sua Lazio, e pensiamo a criticarlo – se proprio dobbiamo – per come tiene la linea difensiva o se si perde l’uomo sul secondo palo. (Più o meno come faccio io quando provo a montare un mobile di IKEA senza leggere le istruzioni e mi avanzano la metà dei bulloni).
Perchè se il barometro della nostra salute mentale è diventato pretendere l’esilio genealogico di un terzino che ha fatto gol in Serie A… il problema non è il cognome sulla maglietta (che poi ha il nome, per dire). Il problema siamo noi, incapaci di accettare che la storia scorre, i ragazzi giocano a pallone e l’isteria collettiva sui social è l’unico sport nazionale in cui vinciamo sempre la medaglia d’oro.



