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I giocatori del'Inter festeggiano l'ennesima vittoriaFonte: dal profilo Instagram ufficiale dell'Inter

La stagione calcistica è appena iniziata, ma la nuova Inter di Simone Inzaghi sta dimostrando di essere una squadra ancora forte, con un potenziale diversificato, se pur con qualche crepa da sistemare. Il club nerazzurro è ancora il primo candidato alla vittoria del tricolore?

Da Conte a Inzaghi

L’estate è scivolata via, e l‘autunno, si sa, profuma anche di inizio campionato. Sui Navigli la stagione è stata torrida, con punte di malessere inequivocabili per il tifo nerazzurro; l’Inter è passata in fretta da dominatrice dell’annata passata a volto emblematico di un cacio impoverito e in crisi. Il comandante Conte, a tratti odiato per i suoi trascorsi, ma in buona parte amato nonostante essi, ha lasciato in fretta, testimoniando ancora una volta all’intero popolo calcistico la sua insofferenza per le convivenze forzate; l’ormai ex tecnico interista sa essere straordinario nel ricostruire da fondamenta paludose, ma poi spesso arretra, quando fatica a scorgere un’effettiva prospettiva di crescita ulteriore. Conte è maniacale, dogmatico, soprattutto accentratore: è la sua prima forza, talvolta magari anche la sua debolezza. Di certo, non ci sono dubbi, l’Antonio è un vincente che disprezza la sconfitta, e che nel rifiutarla sa anche scongiurarla, almeno per un po’, fino a quando la fatica non suggerisce l’inevitabilità della rottura. Via Conte, allora, ed ecco Simone Inzaghi. La prima scelta, non è certo un segreto, sarebbe stata quella di Max Allegri, eccellente gestore in situazioni in bilico tra la forza e una fragilità inaspettata; il livornese ha però optato per un nostalgico ritorno a tinta bianconera, e il piano b, tra corteggiamenti prima scansati e poi ben finalizzati, ha portato così alla sponda biancoceleste del Tevere. Inzaghi alla Lazio ha dimostrato intelligenza e flessibilità, abbandonandosi assai raramente alla provocazione o alla polemica (più o meno) gratuita. Simone è stato scelto per la sua capacità di innovare, senza mai stravolgere, di suggerire, senza imporsi; Inzaghi non è un dogmatico, ma lavora in vista di un’organizzazione maggiormente aperta a liberi movimenti e rotture di schema. In questo, è forse un perfetto sostituto dell’assai più martellante (è quasi un luogo comune) Conte. L’Inter ha acquisito in queste due anni un’identità precisa, abbastanza rigida ed efficace: la scelta di un tecnico più incline a una sperimentazione massiccia, o a cambi di paradigma immediati, avrebbe forse rischiato di smantellare le certezze rimaste, necessitando anche di nuovi tempi e spazi. L’ex allenatore laziale sa invece essere confortante e rispettoso, senza però rinunciare alla novità; Inzaghi è un italianista moderno, e rappresenta già ora un elemento di forza per i nerazzurri.

Il lavoro della dirigenza

La Lu-La resterà la sigla identificativa dell’Inter scudettata di Conte; a Milano si temeva che l’argentino potesse abbandonare la piazza, cedendo agli abbracci stranieri (magari quelli spagnoli), ma la storia ha saputo sorprendere. La Lu-La non esiste più, è vero, ma a lasciare è stato il belga Lukaku, probabilmente il più insostituibile e decisivo dei fedelissimi contiani. Un addio drammatico, e siccome un sostituto di Romelu a buon mercato non è possibile trovarlo, meglio puntare su due. Marotta e Ausilio si sono rivolti ancora alla Città Eterna, portando via Dzeko alla Roma e Correa (un altro argentino) alla Lazio, nella speranza di poter così compensare i goal e la forza troppo in fretta smarriti. Il compito di sostituire lo straripante Hakimi, sacrificato sull’altare della sostenibilità economica, spetta invece all’olandese Dumfries, mentre Calhanoglu, ultimo volto degli infiniti scherzetti tra cugini, potrà e dovrà offrire qualità e soluzioni in mezzo al campo, occupando il posto lasciato improvvisamente libero da Eiksen. Il rientrante Di Marco e il giovane Satriano completano, poi, una rosa che non manca di abbondanza e possibilità.

Provando a fare un primo quadro d’insieme, il principale merito della dirigenza nerazzurra è stato quello di saper reagire agli addii con scaltrezza e buon pensiero; l’Inter ha perso tre giocatori fondamentali (oltre al tecnico), ma ha saputo regalarsi armi diversificate e di valore, pur andando incontro alle esigenze del famigerato e crudele bilancio. Tra i nuovi arrivi, per il cartellino di Dzeko e Calha non è stato sborsato denaro, mentre agli investimenti per Dumfries (intorno ai 12 milioni) e per Correa (circa 30 milioni) è da aggiungere il riscatto del difensore Vanheusden per 16 milioni; nel complesso, la società nerazzurra ha speso poco più di 58 milioni di euro, incassandone ben 175 dalle cessioni di Lukaku (con una plusvalenza di 72 milioni) e Hakimi. Secondo i dati riportati da “Calcio e finanza” l’impatto complessivo sul bilancio dei nuovi arrivi (considerando anche le spese relative all’ingaggio) sarà intorno ai 43 milioni, mentre le uscite porterebbero un a un saldo di 149 (grazie anche alla risoluzione del contratto con Nainggolan e Joao Mario, oltre agli addii di Young e Padelli). Nel complesso, tra entrate e uscite, l’Inter avrebbe un risparmio di circa 105 milioni. Morale della favola: le casse possono respirare, ma la qualità della rosa è ancora molto alta, con un inizio di campionato che fa ben sperare.

Le armi dell’Inter

Nelle prime sei giornate l’Inter ha conquistato 14 punti, segnando la meraviglia di 20 reti. Un primo dato da mettere in evidenza è quello relativo alla notevole quantità di marcatori differenti: ben 11. Il team di Inzaghi, per poter davvero sopperire alla mancanza del fondamentale Lukaku, ha la necessità di cercare soluzioni diversificate e di qualità, sfruttando gli inserimenti dei centrocampisti, e una maggiore libertà lasciata ai calciatori in fase offensiva: l’assenza di un pilastro come il belga comporta anche un’ inevitabile ricerca collettiva del goal. Il potenziale offensivo dell’Inter è segnalato da altri indicatori (dati ufficiali dal sito della Lega Calcio): i nerazzurri sono al secondo posto in serie A, dopo il Napoli, per tiri verso la porta (41, rispetto ai 42 dei partenopei), con Lautaro Martinez miglior tiratore della squadra e tra i primi nell’intero campionato. Rispetto alla squadra di Spalletti, però, l’Inter si è contraddistinta, fino a questo momento, per una migliore capacità realizzativa, conservando così anche un discreto cinismo. La squadra di Milano guida, poi, la classifica delle reti segnate di testa (6), ed è tra le prime per numero di cross utili: dimostrazione di come la ricerca di questo fondamentale sia strettamente relata ala fisicità di una parte considerevole della rosa. Ci si ricorderà facilmente, poi, del goal segnato da Di Marco su punizione contro la Samp: l’ennesima indicazione del carattere multiforme dei nerazzurri.

Un altro elemento da considerare in questo avvio è la tenuta fisica e mentale della squadra. L’Inter è tra le prime in serie A per km percorsi (al momento seconda solo alla Lazio di Sarri), ma soprattutto conserva una delle principali qualità della squadra di Conte, ovvero il saper emergere con prepotenza nella fase mediana o conclusiva delle partite: tra le 20 reti siglate, 12, e non è un caso, sono arrivate nel secondo tempo di gioco. Se è vero, poi, che le partite contro Genoa e Bologna si sono tradotte in un dominio assoluto, a Verona, a Firenze  e nell’ultimo match contro l’Atalanta i nerazzurri si sono ritrovati in svantaggio, riuscendo però a ribaltare (o comunque a recuperare) gli incontri con qualità e forza: l’Inter sa soffrire e gestire i momenti della partita, mostrando poi unghie e denti negli istanti più opportuni.

Guardando più dettagliatamente ai reparti e alle fasi di gioco, il terzetto difensivo pare insostituibile, con Skriniar che garantisce, oltre a contrasti vinti e interventi salvifici, una certa presenza in aerea avversaria e un bottino di reti significativo (già due, di testa, in questo avvio). L’Inter ha complessivamente alzato il baricentro medio, crescendo anche nel palleggio e nel possesso, mantenendo però anche la capacità di difendere bassa e di adattarsi con estrema intelligenza alle caratteristiche degli avversari: con la Fiorentina, ad esempio, i nerazzurri hanno avuto un possesso palla chiaramente inferiore (di poco sopra al 40%), con una quantità e qualità di passaggi al di sotto rispetto a quella degli avversari (precisione dell’85%, contro l’87% della Viola), riuscendo però a creare un numero superiore di occasioni da goal e soprattutto a concretizzarle. Nell’ultima partita contro l’Atalanta, invece, l’Inter ha sofferto per una buona parte del primo tempo, rischiando anche di subire un terzo goal a inizio ripresa; i milanesi hanno saputo evitare il peggio, resistendo agli assalti, e sfiorando in conclusione perfino la vittoria.

A centrocampo Brozovic garantisce equilibrio, corsa (è il primo tra i nerazzurri per km percorsi), ma anche un certo numero di tiri, confermandosi uno degli elementi chiave per il gioco nerazzurro; Barella è attualmente primo in serie A per numero di assist (5), e tra i primissimi nel numero di passaggi chiave, dimostrando una pericolosità ed efficacia significativa negli inserimenti in fase di rifinitura (non a caso, è anche il primo tra i nerazzurri per falli subiti). In prospettiva, non è forse troppo aspettarsi anche qualche rete in più.

In attacco, oltre alla certezza Lautaro, le 5 reti siglate da Dzeko nelle prime cinque giornate sono un biglietto da visita non trascurabile, mentre Correa ha già dimostrato di saper spezzare e ribaltare le sfide. Potenzialmente, l’Inter potrebbe vantare in rosa tre attaccanti da doppia cifra, senza trascurare affatto l’apporto di Sanchez (comunque sempre discontinuo e non pienamente affidabile) e quello possibile del giovane Satriano. Nella costruzione della manovra offensiva, poi, il pieno inserimento di Dumfries potrà regalare ulteriore velocità e potenza agli attacchi interisti.

Per concludere, uno sguardo sui “gregari” di qualità. Darmian continua a dimostrarsi prezioso e decisivo, mentre Gagliardini e soprattutto il recuperato Vecino possono contribuire in modo importante a entrambe le fasi di gioco. Sulla fascia sinistra, Di Marco può ritagliarsi una presenza significativa, alternandosi a un Perisic sempre più calato nello spirito del collettivo, e ormai lontano dai suoi eccessi di anarchismo tattico. Da Vidal, infine, si può esigere un apporto decisivo in termini di carattere ed esperienza, soprattutto in vista del proseguimento della campagna europea.

I possibili punti deboli dell’Inter

Dopo aver analizzato brevemente le principali armi mostrate dai nerazzurri, proviamo ora a sottolineare le possibili fragilità dell’Inter

  •  MINORE SOLIDITA’ – L’ultima Inter di Conte si è caratterizzata per una difesa ermetica e rocciosa; in questo inizio di campionato, invece, l’Inter ha subito almeno una rete in 5 delle 6 partite di campionato giocate (7 nel complesso). Il dato non è probabilmente eccessivamente allarmante: nella ricerca di nuove dinamiche offensive, la squadra di di Inzaghi dovrà gradualmente costruirsi un nuovo equilibrio. Se è vero, però, che in Serie A vince (quasi) sempre la miglior difesa, su questo aspetto occorre migliorare.
  • CAPITOLO PORTIERE – Handanovic è stato, e resta, un portiere di primissimo livello. In questo inizio di stagione, però, il numero 1 dell’Inter ha mostrato fragilità in non poche circostanze, pur risultando invece decisivo in altre (si pensi a Firenze); il portiere sloveno non offre in questa fase garanzie assolute, e non a caso i nerazzurri sono già al lavoro per il futuro (si parla insistentemente di Onana).
  • LE INCOGNITE A CENTROCAMPO – Si è già detto della centralità assoluta di Brozovic e Baarella per il gioco dell’Inter; il centrocampista croato, in particolare, è un elemento insostituibile, e questo potrebbe essere, sul lungo periodo, un piccolo problema. Inzaghi, in alcuni casi, ha provato a spostare lo stesso Barella nel ruolo di play: la soluzione può essere temporaneamente valida, ma si rischia così di non valorizzare la pericolosità e l’incisività del centrocampista italiano negli inserimenti. In assenza di un sostituto adeguato, agli altri centrocampisti è richiesto un lavoro ancora più complesso, sia in fase di impostazione, che in copertura; l’inserimento di Eriksen tra i titolarissimi nella stagione passata aveva in parte alleggerito anche i compiti di Brozovic, garantendo nuove soluzioni nelle diverse fasi di gioco. Il nuovo acquisto Calhanoglu può offrire variabili importanti, ma al momento il giocatore turco non sembra distinguersi per continuità nel livello delle prestazioni. Capitolo Sensi: l’azzurro resta un’incognita, ma la speranza che possa trasformarsi in una nuova arma non è ancora del tutto tramontata.
  • FATTORE LUKAKU – Se è vero che il duo d’attacco Lautaro-Dzeko sta ampiamente convincendo (9 reti in totale: è una delle migliori coppie in Europa), è possibile che nei momenti di maggiore fragilità il peso dell’assenza del giocatore belga possa farsi sentire con più prepotenza; i nerazzurri dovranno essere bravi a consolidare le nuove certezze acquisite, e a costruirne gradualmente di nuove.