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PellissierFotoUdali/Archivio FcClivense

Fondatore, Presidente, Direttore sportivo ed attaccante della FC Clivense, Sergio Pellissier in esclusiva per noi de ilcalcioquotidiano.it. Non ha certo bisogno di presentazioni il bomber di Aosta, bandiera del Chievo Verona ed ora protagonista assoluto per quella che può essere definita la fenice risorta dalle ceneri della formazione gialloblu di Verona, fallita la scorsa estate.

  • Innanzitutto grazie per quest’incontro, Presidente? Dirigente? Bomber? Pellissier come ama definirsi principalmente in questo momento così particolare della sua carriera?

Preferisco Sergio. Scherzi a parte. Sono molto felice di aver fondato con l’amico Enzo Zanin questa bella realtà che spero possa dare a me, ma soprattutto a tutti i nostri tifosi, simpatizzanti, amici delle belle soddisfazioni.

  • La Clivense può essere definita il frutto concreto del suo amore per il Chievo ed il calcio in sé, anche come ragione di vita? Ci parli del suo progetto.

Ho deciso di partire con questo progetto perché penso che sia giusto dare ai tifosi l’opportunità di tifare per la loro squadra, nel vero senso del termine. La Clivense è un progetto di calcio nuovo, partecipativo, che ha in me e in Enzo dei punti di riferimento, ma che vuole dare al tifoso la possibilità di essere parte del Club per cui tifa. Siamo nati all’improvviso, come un’azione in contropiede, e già dai primi giorni abbiamo capito che dovevamo essere diversi: non nel senso di migliori, ma nel senso di offrire un nuovo modo di pensare e vivere il calcio.

  • Il modello crowdfunding. L’esempio di Bayern e Barcellona da un lato ed il pieno coinvolgimento della gente dall’altro. Cosa l’ha spinta ad orientarsi in questa direzione e quali risultati si aspetta a livello societario?

In parte l’ho detto. Diciamo che se tutti continuano a dire che il calcio così com’è non va bene e che ci vogliono dei cambiamenti ecco che ho immaginato che una parte significativa del cambiamento potesse essere una società partecipata non solo dai fondatori, ma dai tifosi. Credo che questo tipo di modello, oltre ad essere sano, ad essere incardinato su principi di sostenibilità e di proporre un piano industriale ambizioso, ma assolutamente realizzabile, possa diventare nel tempo un riferimento anche per gli altri.

  • Spostandoci puramente al calcio giocato invece. Prima stagione e promozione ottenuta in seconda categoria. Se lo aspettava? Quali sono le sue aspettative per la Clivense e soprattutto gli obiettivi che si è prefissato di raggiungere in futuro?

No, non mi aspettavo nulla. Abbiamo fatto la squadra in due settimane facendo una selezione che ha richiamato oltre 500 ragazzi da tutta Italia e non solo. Nella prima amichevole abbiamo perso, non avevamo mai giocato insieme, e tutto era un’incognita. Diciamo che il lavoro che ha fatto Allegretti, la volontà di questo gruppo, e la coesione di tutti noi sono stati elementi importanti. Poi il campo ci ha premiato.

  • Com’è noto, e come promesso ad inizio anno, è tornato a calcare il terreno verde all’età di 43 anni. Quali sono state le sue sensazioni a riguardo? Cos’ha provato nell’andare nuovamente a segno?

Per me è stata una grande emozione. Avevo paura di deludere perché, cosa vuoi, dopo tre anni che non giochi non sei più come prima. Sono stato molto emozionato. E se ci ripenso, mi emoziona ancora.

  • 17 anni con indosso la maglia del Chievo, 517 presenze complessive e 139 reti segnate, di cui 112 nella massima serie, oltre ad essere il capocannoniere nella storia del derby di Verona. Pellissier può essere considerata una delle ultimissime bandiere del calcio nostrano?

Non spetta a me dirlo. Di certo non siamo in tanti.

  • Quella gialloblù negli anni è stata spesso definita “La favola Chievo” e le favole notoriamente terminano con un lieto fine. Perché invece per il Chievo si è consumato un epilogo così triste?

Non devi chiederlo a me. Io sono stato triste spettatore. Diciamo che è stato tutto molto triste.

  • Come descriverebbe il suo rapporto con la gente e cosa si prova ad essere l’idolo di un’intera tifoseria, da calciatore prima e da dirigente poi?

Quello che mi piace di più è che molti che hanno seguito la mia carriera non erano tifosi del Chievo. Io credo che se sei onesto, se persegui dei valori di un certo tipo, se non hai maschere, la gente alla fine ti apprezza. Poi con i tifosi che mi hanno seguito da quando sono qui ho un rapporto speciale, quasi simbiotico.

  • In che modo è cambiato il calcio italiano negli anni e come ha perso, almeno apparentemente, il suo appeal rispetto ai principali campionati esteri? Secondo lei il tutto è riconducibile soltanto ad una questione economica o c’è dell’altro?

Il calcio cambia perché ogni cosa cambia. Negli anni ’80 non era obbligatorio indossare la cintura di sicurezza, oggi le auto nascono con mille airbag. Semmai c’è una difficoltà nel cambiare e cambiarsi con il mutare del tempo. Certo che la questione economica incide, ma di più incide la capacità di gestire o meno determinate situazioni.

  • Da amante e tifoso di calcio, cosa prova nel vedere l’Italia fuori dai Mondiali per due edizioni consecutive e a cosa imputa tutto questo?

Una grande tristezza, da una parte, dall’altra avverto l’esigenza di contribuire, nel mio piccolo a migliorare il nostro movimento calcistico, che, ne sono certo, tornerà a brillare.

Ringraziamo il Presidente Pellissier per averci dato la possibilità di iniziare a raccontare il progetto Clivense che, come lui stesso sostiene, ha l’intento di essere un nuovo modo di pensare e vivere il calcio, un progetto in cui la gente può essere davvero parte del club per cui tifa. Per molti, un sogno che finalmente diventa realtà.

Articolo a cura di Roberto Viarengo per ilcalcioquotidiano.it

Nella foto: Sergio Pellissier – FotoUdali/Archivio FcClivense