Esclusiva, Franco Selvaggi: “Al mondiale del 1982 non fui convocato all’ultimo momento! Contro la Juventus, il mio gol più bello”

11 Gennaio 2026 di 7 min di lettura
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Franco Selvaggi

“Mi faceva girare la testa, era immarcabile“. Il grande Pietro Wierchowod ricorda così il suo collega del Mundial 1982, Franco Selvaggi. Un attestato di stima inequivocabile che la dice lunga sulla cifra dell’ex attaccante, lucano di Pomarico, classe 1953, l’unica bandiera del Sud a rappresentare la mitica Nazionale di Enzo Bearzot nel mondiale più bello della nostra vita. Di cui Selvaggi fu solo spettatore, ma quell’epica vittoria, a distanza di oltre quarant’anni, la sente anche sua, eccome. Un ragazzo estroso e umile, Franco, capace di lasciare un’ impronta significativa in un football che, all’epoca, annoverava gli Zico (suo compagno nell’Udinese), i Platini e i Maradona. Una carriera importante, condita da tanti gol (alla fine i centri totali saranno 49), assist e giocate di pregevole fattura. Selvaggi appartiene alla tribù dei talenti sopraffini, capaci di dare del tu al pallone, di accarezzarlo con maestria per poi spedirlo in porta. I suoi gol non erano mai banali. Ternana, Roma, Taranto, Cagliari, Torino, Udinese, Inter e Sambenedettese le maglie che ha indossato. Un curriculum di tutto rispetto nobilitato dalla vittoria in Spagna. La nostra bella chiacchierata non può non iniziare dal nostro terzo titolo mondiale.

Un Mondiale storico, il più bello: i suoi ricordi?

“Fu tutto straordinario. Un’impresa contro tutto e tutti. Merito di Bearzot che plasmò un gruppo meraviglioso. Eravamo uniti dentro e fuori dal campo. Una cosa però voglio chiarire, una volta per tutte”…

Prego…

“Io non fui convocato all’ultimo momento. Bearzot mi conosceva già ai tempi dell’Under 21. Mi stimava al punto che disputai anche un paio di sfide per le qualificazioni al Mundial spagnolo. Contro la Grecia feci molto bene. Mi portò in Spagna perchè mi riteneva più congeniale al suo gioco, le mie caratteristiche poi erano molto simili a quelle di Paolo Rossi, mentre Pruzzo, di cui ho tanta stima, era un giocatore diverso”.

Bearzot…

“Una figura straordinaria. Un uomo leale, corretto, colto: non gli si poteva non volere bene. Fu l’artefice di quella vittoria”.

Qualche aneddoto curioso relativo all’avventura spagnola?

“Spesso, per ingannare il tempo, la sera ci chiudevamo in camera a giocare a carte. Il mister non voleva. Una sera, a sorpresa, bussò alla nostra porta e noi facemmo sparire le carte. Enzo capì e scoppiammo tutti a ridere. Poi la notte magica di Madrid. Io e altri miei compagni tornammo a tarda notte in albergo, eravamo anche un po’ brilli, e bussammo alla stanza di Zoff e Scirea intenti nella lettura di un libro: loro erano fatti così”…

Facciamo un salto indietro: la sua bella carriera inizia esattamente dieci anni prima…

“Sì. Ho iniziato nelle fila della Gianni Rivera Matera. Nel mio paese non c’erano strutture attrezzate, io e i miei compagni eravamo innamorati del pallone, giocavamo anche quattro ore al giorno. Poi, a 16 anni, mio padre mi portò a fare un provino a Terni, e firmai il cartellino per la società umbra, che era appena stata promossa in serie A. Una bella realtà capace di sfornare talenti come Garritano e Longobucco”.

E poi?

“Giocavo nella Primavera dove mi misi subito in luce. Al punto che Corrado Viciani mi fece esordire in A, a 19 anni, nell’ultima domenica di dicembre del 1972.  La Ternana perse di misura sul campo della Fiorentina di Antognoni e De Sisti, io giocai bene e fui premiato, al termine della sfida, con un quadro”.

Viciani, l’inventore del famoso gioco corto.

“Un grande allenatore. Uno dei precursori del calcio moderno, sia dal punto di vista tecnico – tattico che atletico”.

E la sua prima rete in A?

“Qualche mese dopo, nell’aprile del ’73. Ospitavamo la Juventus, che vinse 3 a 2 e che di lì a poco si sarebbe laureata campione d’Italia. Bettega, con una doppietta, portò subito avanti i bianconeri, io accorciai le distanze con un bel gol: ricordi meravigliosi”.

Prologo alla brevissima esperienza a Roma, sponda giallorossa.

“Una parentesi agrodolce. A portarmi nella Capitale fu il grande Manlio Scopigno che, su una rubrica che curava sul “Messaggero”, scrisse parole al miele nei miei confronti. Divenne l’allenatore della Roma e mi volle con lui. Io ero reduce da un grande Torneo di Viareggio ed ero su di giri. Poco dopo, però, mi feci male e lui si dimise dopo sole sette giornate. Al suo posto Nils Liedholm, il quale mi fece giocare solo due volte. Quella squadra annoverava gente come Prati e Domenghini, non era facile per un ventenne come me”…

Scopigno…

“Un altro grande personaggio. Una persona dotata di una intelligenza fuori dal comune. Come tecnico era preparatissimo, nessuno leggeva le partite meglio di lui e indovinava sempre i cambi”.

Poi Taranto, prima della definitiva consacrazione in Sardegna.

“Tornai in B, alla città pugliese mi legano bellissimi ricordi, furono cinque stagioni importanti. Mi infortunai di nuovo, mi volevano Bologna e Milan ma il presidente Fico non voleva cedermi. Gigi Riva mi volle sull’isola, con la maglia del Cagliari ho disputato tre stagioni in crescendo condite da 30 gol”.

A Cagliari nacque anche il soprannome “Spadino”…

“Sì, me lo affibbiò il secondo portiere Bravi per via di una presunta mia somiglianza con un personaggio di Happy Days, la serie televisiva di cui lui era grande appassionato e molto in voga all’epoca. Un nomignolo che mi ha sempre accompagnato portandomi fortuna”.

Il suo gol più bello?

“In un Cagliari – Juventus, stagione 1979/1980. Pareggiai il vantaggio del solito Bettega con un guizzo da fondo campo che sorprese Zoff. Una prodezza che a Cagliari ancora ricordano, anche perchè vincemmo 2 a 1. Alla Juve feci gol anche in un paio di stracittadine con la maglia del Torino”.

Non male per un tifoso interista…

“Sì, è vero. Prima di chiudere la mia carriera ho coronato anche l’altro sogno, quello di indossare la maglia che ho amato fin da bambino. Ero al crepuscolo della mia avventura calcistica, l’Inter lì davanti aveva mostri sacri come Altobelli e Rummenigge e per me non ci fu molto spazio”.

Lei bagnò anche l’esordio del giovanissimo Paolo Maldini.

“Gennaio 1985, Udinese – Milan. Facevo coppia d’attacco con Andrea Carnevale. Firmai in avvio il gol del vantaggio. Nel secondo tempo entra questo ragazzino e io dico ad Andrea di invertirci le fasce. Pensai che avrei trovato vita facile al cospetto di un debuttante. Maldini, invece, si rivelò un cliente scomodo e chiesi di nuovo a Carnevale di scambiarci le posizioni. Che fenomeno, Paolo, uno dei più grandi difensori di sempre”.

L’ultimo capitolo a San Benedetto del Tronto: Di Nicola, suo collega di reparto, ancora la ringrazia per i gol…

“Fu una stagione palpitante, culminata in una rocambolesca salvezza. La città marchigiana era calda e passionale. Sulla panchina rossoblù sedeva Clagluna. Fui io a convincerlo a impiegare Di Nicola, un attaccante forte nel gioco aereo e abile a inserirsi negli spazi. Ci intendevamo a meraviglia tanto che, in due, firmammo 20 gol. Che bei ricordi”…

Le piace il calcio di oggi?

“Lo seguo, certo. Molto è indubbiamente cambiato, ma il football rappresenta ancora una delle mie grandi passioni. Sorrido quando sento dire in giro che è un calcio prettamente fisico a svantaggio della tecnica. L’ultimo Europeo, del resto, lo abbiamo vinto con Insigne e Barella. Ai miei tempi c’erano Van Basten, Rummenigge, Elkiaer… Siamo seri”.

Oggi in chi si rivede?

“Rischio di essere presuntuoso, ma non posso dire uno scarso. Forse, nel recente passato, in Dries Mertens”.

Se non avesse fatto il calciatore?

“Forse sarei diventato un biologo ricercatore”.

intervista a cura di Libero Marino