È morto Sandro Mazzola, addio alla leggenda dell’Inter e del calcio italiano
Sandro Mazzola è morto a 83 anni. Figlio del grande Valentino, è stato il simbolo della Grande Inter di Helenio Herrera e uno dei protagonisti della Nazionale italiana tra gli anni Sessanta e Settanta. Con i nerazzurri vinse quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali.
Ci sono cognomi che nel calcio finiscono per attraversare le generazioni e diventano parte della memoria collettiva. Quello dei Mazzola appartiene alla storia italiana da quasi un secolo. Nella notte è arrivata la notizia della morte di Sandro Mazzola, scomparso a 83 anni. Ad annunciarla è stata l’Inter, la squadra della sua vita, l’unica maglia di club indossata durante una carriera cominciata nei primi anni Sessanta e terminata nel 1977.
Nato a Torino l’8 novembre 1942, Alessandro Mazzola era inevitabilmente figlio di una storia già enorme prima ancora di cominciare a scrivere la propria. Suo padre Valentino era il capitano e il simbolo del Grande Torino e morì nella tragedia di Superga del 4 maggio 1949. Sandro aveva sei anni. Quel cognome lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, insieme al confronto con un padre entrato nel mito quando lui era ancora un bambino.
Mazzola riuscì però a costruire una storia calcistica che non ebbe bisogno di vivere di luce riflessa. Divenne uno dei grandi protagonisti del calcio europeo degli anni Sessanta e il volto di un’Inter che, sotto la guida di Helenio Herrera, cambiò la dimensione internazionale del club nerazzurro.
Sandro Mazzola e la Grande Inter
La sua carriera professionistica rimase interamente legata all’Inter. I numeri ufficiali del club raccontano 565 presenze e 161 gol complessivi con la maglia nerazzurra, numeri ai quali si aggiunge un palmarès composto da quattro campionati italiani, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali.
Uno dei momenti che meglio raccontano la sua grandezza arrivò il 27 maggio 1964 al Prater di Vienna. L’Inter affrontava il Real Madrid nella finale di Coppa dei Campioni e Mazzola segnò due dei tre gol con cui la squadra di Herrera conquistò per la prima volta il trofeo. Aveva appena 21 anni. Quel successo aprì definitivamente le porte dell’Europa alla Grande Inter, che l’anno successivo avrebbe vinto nuovamente la Coppa dei Campioni, battendo il Benfica a San Siro.
Mazzola possedeva velocità, tecnica, capacità di dribbling e una confidenza con il gol che gli consentirono di interpretare più ruoli durante la carriera. Mezzapunta, attaccante e successivamente centrocampista, fu uno dei riferimenti tecnici di una squadra nella quale giocavano campioni come Giacinto Facchetti, Luis Suárez, Mario Corso e Tarcisio Burgnich. La FIGC ricorda 565 partite complessive nella sua carriera nerazzurra e lo colloca tra le figure centrali di quella stagione irripetibile del calcio italiano.
Nel 1965 fu anche capocannoniere della Serie A con 17 reti. Sei anni più tardi, nel 1971, arrivò secondo nella classifica del Pallone d’Oro alle spalle di Johan Cruijff.
La Nazionale, l’Europeo del 1968 e quella staffetta con Rivera
La storia di Sandro Mazzola appartiene allo stesso modo alla Nazionale italiana. Esordì in azzurro nel 1963 e chiuse la sua esperienza con 70 presenze e 22 gol. Nel 1968 fece parte dell’Italia che conquistò a Roma il primo Campionato Europeo della propria storia, mentre due anni dopo fu protagonista del Mondiale in Messico concluso dagli azzurri al secondo posto dietro al Brasile di Pelé.
Proprio Messico 1970 consegnò alla storia del calcio italiano una vicenda che avrebbe accompagnato Mazzola e Gianni Rivera per decenni. Il commissario tecnico Ferruccio Valcareggi decise di alternare i due fuoriclasse attraverso la celebre “staffetta”, con Mazzola schierato nel primo tempo e Rivera nella ripresa. Una scelta diventata materia di discussione nazionale e rimasta legata soprattutto alla finale contro il Brasile, quando Rivera entrò soltanto negli ultimi minuti.
Mazzola avrebbe raccontato molti anni dopo che quella contrapposizione era stata vissuta diversamente dai due protagonisti rispetto a quanto veniva rappresentato all’esterno: entrambi volevano semplicemente giocare e faticavano a comprendere perché dovessero essere necessariamente considerati alternativi.
Fu il simbolo di un calcio diviso quasi ideologicamente tra “mazzoliani” e “riveriani”, Inter e Milan, potenza e fantasia, categorie che con il passare degli anni sono diventate parte del racconto di quell’epoca più di quanto descrivessero realmente il rapporto fra i due campioni.
Il figlio di Valentino diventato Sandro Mazzola
Dietro la carriera rimase sempre il rapporto con la figura del padre. Valentino Mazzola morì a Superga quando Sandro era ancora troppo piccolo per comprenderne immediatamente la portata. In una delle sue ultime lunghe interviste, concessa alla Gazzetta dello Sport appena un mese prima della morte, ricordava ancora di entrare nei propri sogni al Filadelfia tenendo il padre per mano.
È probabilmente uno degli aspetti più profondi della sua storia. Sandro entrò nel calcio portando sulle spalle uno dei cognomi più pesanti che potessero esistere nell’Italia del dopoguerra. Valentino era il capitano del Grande Torino scomparso a Superga e un simbolo nazionale. Ogni partita del figlio portava inevitabilmente con sé quel paragone.
A un certo punto, però, Sandro Mazzola smise semplicemente di essere ricordato come il figlio di Valentino. Se lo conquistò sul campo, stagione dopo stagione, fino a diventare a sua volta il riferimento di una generazione.
Dopo il ritiro continuò a vivere il calcio da dirigente, ricoprendo incarichi nell’Inter, nel Genoa e nel Torino, e successivamente diventò un volto familiare anche per generazioni che non lo avevano mai visto giocare grazie alla lunga attività di commentatore e opinionista televisivo. È stato inoltre inserito nella Hall of Fame del calcio italiano e in quella dell’Inter.
Pochi mesi fa, parlando della propria vita e del rapporto con il pallone, continuava a raccontare l’Inter, suo padre, Rivera e quel calcio che aveva attraversato per oltre sessant’anni. Ancora nel novembre 2025, intervistato da Vivo Azzurro TV per i suoi 83 anni, alla domanda su cosa fosse ancora capace di emozionarlo aveva risposto semplicemente: «Il pallone».
Forse basta questo per raccontare Sandro Mazzola. Una vita cominciata all’ombra di una leggenda e trascorsa abbastanza a lungo sul campo da diventarlo a sua volta.



