Calcio e fantacalcio: chi immaginiamo?

15 Ottobre 2026 di 10 min di lettura
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Immagine di copertina elaborata con il supporto grafico di strumenti di intelligenza artificiale.

Il calcio è anche un linguaggio attraverso il quale una comunità racconta sé stessa, definisce appartenenze e costruisce rappresentazioni. L’esperienza della FantaMarketers League, competizione che riunisce persone accomunate dalla passione per il fantacalcio e dalla propria attività nel mondo del marketing, offre ad Agnese Scarito l’occasione per riflettere sulla partecipazione femminile, sugli stereotipi ancora presenti nell’immaginario sportivo e sul significato delle parole che utilizziamo quotidianamente. Professionista della comunicazione digitale, impegnata sui temi della diversità, dell’equità e dell’inclusione, l’autrice propone una lettura personale del rapporto tra calcio, linguaggio e rappresentazione, partendo da una domanda apparentemente semplice: quando raccontiamo una passione, chi immaginiamo ne faccia parte?

Ho conosciuto Andrea Valli e sono entrata nell’associazione del fantacalcio di chi fa marketing per giocare anch’io. Ho accettato una sfida, ho trovato qualcosa che mi diverte tantissimo e solletica la mia competitività, asseconda la mia gioia di frequentare una comunità e mi ricorda la ragazza che ero sui campetti da calcio alle partite di campionati minori degli amici.

Dopo poche settimane, Il Fantacalcio dei Marketers ha cambiato nome ed è diventato FML – FantaMarketers League, lasciandosi alle spalle il maschile sovraesteso.

Sono stata io? No. Se ne era parlato, i tempi erano maturi e la presenza di una persona che si occupa anche di linguaggio ha favorito il tempismo. A volte un cambiamento comincia così, da una semplice conversazione.

Ora passo il venerdì sera a studiare le probabili formazioni, insieme a chi conosce a memoria le statistiche di ogni attaccante, chi controlla gli infortuni, chi si dispera per un rigore sbagliato e chi aspetta il lunedì per festeggiare e flexare la propria squadra.

Ma anche con chi ne capisce poco e si diverte lo stesso. Chi condivide il gioco con figli e figlie, che diventano la vera guida tecnica della squadra. E chi, dopo una settimana di lavoro, si dimentica di schierare la formazione.

Nella nostra lega le donne sono circa il 4%: una presenza in crescita, una crescita del 100% YoY a fronte di una crescita globale del 30%. Un segnale chiaro direi. Questo dato riguarda la nostra community, ma probabilmente anche il fantacalcio italiano nel suo insieme. E proprio per questo ci offre una domanda concreta: perché non siamo di più?

Secondo me una parte della risposta sta nel modo in cui il calcio, anche nella sua versione Fanta, continua a parlare alle persone e a non rappresentarle tutte.

Il pubblico c’è. Il racconto lo rappresenta?

Quando pensiamo al calcio e al fantacalcio, l’immaginario è ancora prevalentemente maschile: l’asta tra amici, i colleghi che discutono della formazione, il padre che tramanda la passione al figlio.

Le donne compaiono spesso come eccezioni: quella che si è avvicinata al calcio grazie al compagno, la tifosa particolarmente preparata, la fantallenatrice che sorprende tutti vincendo la propria lega.

Ma quanto corrisponde alla realtà questo racconto?

Secondo il Global Sports Report 2025 di Nielsen, le donne rappresentano il 42% del pubblico degli sport maschili, rispetto al 40% del 2022. Negli sport femminili la quota è del 47%.[1]

Il dato riguarda gli sport nel loro insieme e non possiamo usarlo come percentuale delle tifose di calcio. Ci permette però di mettere in discussione l’abitudine a considerare gli uomini il pubblico naturale dello sport e le donne una presenza aggiuntiva.

Le passioni attraversano i generi. Il modo in cui le raccontiamo, invece, continua spesso a separarli e a non dare equa visibilità.

Essere tifose non dovrebbe richiedere un esame

Una donna dice di seguire il calcio e la conversazione può trasformarsi in un test: conosci la formazione? Sai spiegare il fuorigioco? Ricordi quella partita di dieci anni fa?

Domande che quando servono a mettere alla prova la legittimità di una passione, raccontano più di chi le pone che di chi deve rispondere.

Non tutte le donne conoscono il calcio. Esattamente come non tutti gli uomini. La competenza si costruisce con l’interesse, l’esperienza e il tempo e non dipende dal genere. Nemmeno il diritto di divertirsi richiede una competenza enciclopedica.

Quando una donna preparata viene descritta come sorprendente proprio perché donna, al riconoscimento si accompagna un messaggio implicito: da lei non ce lo aspettavamo.

È qui che la sorpresa diventa un confine e qui che il sessismo serpeggia, non visto. Fino ad ora non l’ho percepito e quando qualcosa non mi è tornato, ho trovato terreno di confronto e personalmente lo ritengo un USP che ci farà distinguere.

Donne nel calcio degli uomini

Il 18 aprile 2026 Marie-Louise Eta ha debuttato sulla panchina dell’Union Berlin come prima allenatrice a guidare una squadra della Bundesliga maschile. Il suo incarico era ad interim: è stata anche la prima donna a ricoprire quel ruolo in una delle cinque maggiori leghe europee.[2]

Una notizia storica, che dice molto anche del tempo necessario per arrivarci.

I precedenti, in altre categorie, esistono: Carolina Morace ha allenato la Viterbese in Serie C1 nel 1999; Corinne Diacre ha guidato il Clermont in Ligue 2 dal 2014 al 2017. Percorsi diversi per durata e contesto, che hanno portato donne alla guida di squadre professionistiche maschili.

Lo stesso confine è stato attraversato nell’arbitraggio. Stéphanie Frappart ha diretto partite di Champions League e, nel 2022, è diventata la prima donna ad arbitrare una partita del Mondiale maschile. In Italia, Maria Sole Ferrieri Caputi ha esordito in Serie A maschile nello stesso anno.

Anche ai vertici delle società ci sono esempi significativi: Rosella Sensi alla presidenza della Roma, Lina Souloukou come amministratrice delegata della Roma e, prima, dirigente dell’Olympiacos, Marina Granovskaia nella direzione del Chelsea.

Allenare, arbitrare, gestire una società: sono ruoli diversi, ma hanno un elemento in comune. Ogni prima volta rende visibile un confine che fino a quel momento poteva sembrarci normale.

Perché un uomo che allena una squadra femminile viene riconosciuto nel proprio ruolo, mentre una donna che allena una squadra maschile diventa un caso internazionale?

Perché, in quel contesto, la sua presenza è ancora un’eccezione. E il peso di quell’eccezione continua a entrare nel racconto delle sue competenze. Siamo marketers, sappiamo del ruolo d’ariete di comunicazione del Como Calcio Femminile, è un case study e dimostra che si può fare qualcosa di diverso per ristabilire attenzione equa.

Crescono le presenze. E le possibilità di decidere?

Il rapporto FIGC sulla Serie A Women 2024-2025 indica circa 46.000 calciatrici tesserate, con una crescita del 91% rispetto alla stagione 2016-2017. La pratica amatoriale femminile ha raggiunto circa 140.000 persone nel 2024, il 43% in più rispetto al 2015.[3]

Sono dati che raccontano un cambiamento nelle opportunità di praticare il calcio, a partire dalle bambine e dalle scuole calcio. Ma non misurano, da soli, l’accesso delle donne ai ruoli del calcio maschile.

La presenza delle donne nel sistema calcistico comprende anche allenatrici, arbitre, dirigenti, preparatrici atletiche, fisioterapiste, osservatrici, analiste e giornaliste.

Per capire quanto stia cambiando questo mondo, dobbiamo domandarci anche quali possibilità abbiano di guidarlo: allenare una prima squadra maschile, dirigere una società, decidere un investimento, commentare una partita come esperte.

La questione non riguarda le presenze, ma il potere: chi decide, quali percorsi di carriera sono accessibili, a chi viene riconosciuta autorevolezza.

Vi ricorda altri ambiti? Si chiama soffitto di cristallo. Googlelate o chiedete a ChatGPT.

Il fantacalcio è anche uno spazio di relazione

Il fantacalcio trasforma una partita in qualcosa che continua prima e dopo il fischio finale. È un rito, una conversazione, un motivo per restare in contatto.

Nel maggio 2025 Nino Ragosta, fondatore e CEO di Fantacalcio, dichiarava che la piattaforma contava oltre sei milioni di iscritti. Nella stessa intervista raccontava la crescita della partecipazione femminile, nelle leghe miste e in quelle composte da donne. E ricordava che nella prima lega da cui nacque il progetto giocava anche sua zia Giuliana.[4]

Le donne erano dunque presenti fin dalle origini di quella esperienza.

L’intervista, però, non fornisce una percentuale della partecipazione femminile. Il numero delle iscrizioni a una piattaforma non ci dice quante donne giochino, né descrive tutte le persone che partecipano al fantacalcio italiano.

Per un fenomeno che vive di statistiche, è una domanda interessante: sappiamo tutto di bonus, malus e medie voto. Quanto sappiamo delle persone che compongono le nostre leghe?

Nella FantaMarketers League stiamo iniziando a farci anche questa domanda.

Le parole costruiscono il campo da gioco

E qui torniamo al nome da cui siamo partiti.

Fantallenatori, presidenti, direttori sportivi, allenatori, tifosi: quando il maschile diventa l’unica forma con cui raccontiamo una comunità, vale la pena domandarsi chi rendiamo visibile.

Le parole evocano persone, ruoli e possibilità. Se raccontiamo sempre il fantacalcio come un gioco «tra amici» e la vittoria di una donna come un’eccezione, contribuiamo a consolidare una certa immagine di chi appartiene al gruppo.

Nessuna espressione, da sola, impedisce a una donna di partecipare a un’asta. Ma il linguaggio concorre a definire chi immaginiamo già seduto a quel tavolo e chi, invece, sembra dover chiedere un posto.

Chiamarci FantaMarketers League ci permette di nominare la passione e la comunità senza attribuire un genere a chi ne fa parte.

Un nome non cambia tutto. Può però accompagnare un’attenzione quotidiana: negli inviti, nelle conversazioni, nel modo in cui presentiamo le persone e riconosciamo le loro competenze. E magari l’anno prossimo ci accorgiamo che i numeri che stiamo osservando, cambiano.

Giocare, anche senza sapere tutto

In una lega condividiamo regole, vittorie, sconfitte e inevitabili lamentele. Quello spazio può riprodurre stereotipi, oppure diventare un luogo in cui persone diverse trovano piacere nel partecipare.

Una community può riconoscere le competenze delle donne senza trasformarle in curiosità. E può accogliere chi comincia, chi è competente, chi vuole imparare e chi gioca soprattutto per stare insieme.

Perché anche una donna può voler partecipare senza essere un’esperta oppure sentirsi un fenomeno se lo è. Può dimenticare la formazione, chiedere un consiglio, vincere un’asta alla grande o puntare sulla squadra sbagliata. Come chiunque altro.

Se il nostro modo di comunicare le permette di immaginarsi parte del gruppo, forse la prossima stagione avrà un motivo in più per iscriversi. Poi saranno il gioco e le relazioni a darle motivi per restare.

Mi piacerebbe che, un giorno, raccontassimo semplicemente che nella nostra lega giocano molte donne. Alcune vincono, altre perdono, qualcuna lascia un attaccante da tre gol in panchina.

E il lunedì ne parliamo insieme, davvero tra tutte le persone.

articolo a cura di Agnese Scarito


Fonti dei dati

  1. Nielsen, Global Sports Report 2025: composizione del pubblico degli sport maschili e femminili.
  2. Bundesliga, debutto di Marie-Louise Eta, 18 aprile 2026 e nomina ad interim, 12 aprile 2026.
  3. FIGC, Report Serie A Women 2024-2025, p. 17.
  4. Fantacalcio, intervista a Nino Ragosta, 20 maggio 2025.