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L’abbraccio tra Mancini e Vialli resterà a lungo scolpito nella storia del nostro calcio. La vittoria dell’Europeo ha Wembley ha rappresentato per i due ex fuoriclasse la chiusura di un cerchio, una rivincita attesa per ben 29 anni. In questo articolo cercheremo di ripercorrere le principali tappe di un sodalizio eterno: da Genova alla Nazionale, dalla Coppa mancata a quella conquistata. Da Wembley a Wembley.

LA COSTRUZIONE DELLA GRANDE SAMP

È il 1979: Paolo Mantovani, petroliere di origine romana a genovese d’adozione, acquista la Sampdoria, nella speranza di poterne fare una scommessa vincente. La squadra genovese annaspa tra le acque paludose della serie b, all’ombra della Lanterna e soprattutto del rossoblu genoano. La storia, insomma, è ancora tutta da scrivere: la Samp è tra i più giovani club della serie A (la società è stata fondata nel 1946), il Genoa sostanzialmente la più antica. Gli scudetti per il capoluogo ligure sono ben nove, tutti però sotto una sola bandiera. Mantovani è ambizioso, il coraggio non manca, la passione per il rischio nemmeno (si dice che, oltre alla pesca, non disdegnasse nemmeno la roulette a Montecarlo!). Con la guida tecnica di Renzo Ulivieri, stanziatosi a Genova dopo qualche valzer in in panchina di ordinaria amministrazione, i blucerchiati ottengono nella stagione 1981-1982 la promozione in serie A, prima tappa obbligatoria per poter aspirare a orizzonti nuovi. Sono anni eccezionali per il calcio italiano: eccezionali, si badi bene, non solo per le soddisfazioni ormai imminenti (si pensi alla vittoria del Mondiale in Spagna), ma anche per le angustie del totonero, per le illustri squalifiche (quelle di Rossi e Giordano su tutti), per le nobilissime retrocessioni (Milan e Lazio). Sono anche gli anni, però, nei quali il football nostrano si decide per la riapertura delle frontiere, abbandonando il proprio quasi quindicennale isolamento (dopo la sciagurata spedizione del ‘66 la Federazione aveva optato per una decisione drastica: porte blindate e via le chiavi!): un nuovo equilibrio si sta originando, dopo il dominio juventino degli anni ‘70 (5 scudetti in un decennio: oggi non ci resta che rimpiangere quel “disequilibrio”!) sono non pochi i club che possono aspirare al tricolore (in poco più di dieci anni ci riusciranno in sette: Inter, Juventus, Roma, Verona, Napoli, Milan, Sampdoria). Nell’estate dell’82, onorando l’ascesa alla massima serie, Mantovani mette mano al copioso portafoglio, portando a Genova due calciatori stranieri (il regolamento prevedeva, appunto, la possibilità di tesserare nel club un paio di non nazionali): Liam Brady (vincitore di due scudetti con la Juventus) e Trevor Francis. Alle loro spalle, però, un diciottenne irrequieto e taciturno viene acquistato dal Bologna per 2 miliardi e mezzo di lire, con l’aggiunta di alcuna contropartite tecniche: c’è chi grida allo scandalo (come è possibile sprecare tanto denaro per un adolescente!), e chi invece riconosce in quel giovanotto la probabile scintilla di trionfi futuri. Arriva da talento in erba, se ne andrà da bandiera: il suo nome, lo si sarà intuito, è Roberto Mancini.

MANCINI E IL BLUCERCHIATO

Trasferitosi a 13 anni da Jesi a Bologna, Mancini è un marchigiano di poche parole, dal carattere non troppo malleabile e con una sovrabbondanza di talento da coltivare e gestire. La giovinezza nemmeno la vive fino in fondo, eppure al collegio lo soprannominano presto il “Bimbo”, per la sua abitudine ad allenarsi con i compagni più grandi di un paio di anni. In serie A esordisce molto presto, a 16 anni, grazie all’occhio attento e perspicace dell’ex gloria nerazzurra Tarcisio Burgnich, tecnico del Bologna; durante la prima stagione in massima serie presenzia in tutte e trenta le partite, segnando anche nove goal. Roberto gioca sostanzialmente da trequartista: è un rifinitore di qualità, posizionato qualche metro dietro al centravanti, ma con una propensione innata per i goal spettacolari. Mantovani se ne innamora, e con lui non pochi esperti calciofili.

Nel favorire il trasferimento di Mancini da Bologna a Genova, un ruolo fondamentale lo gioca Paolo Borea. Il direttore sportivo del Bologna è tra le menti più brillanti e attente del panorama calcistico italiano: Mantovani, il quale non difetta certamente di intuito, decide di condurlo con sé a Genova, affidandogli il ruolo di costruttore degli anni venturi. Borea non si lascia pregare, ma consiglia vivamente al Presidente di poter portare con sé quel ragazzotto testardo e introverso, ma dal piede sopraffino: Mantovani paga, vince la concorrenza degli Agnelli, e si assicura il campioncino. Inizia così una storia d’amore da antologia.

I primi anni per il Mancio a Genova non sono semplici: Ulivieri non lo considera rifinitore, ma anzi attaccante puro. Mancini non ne vuole sapere, si ammutolisce ancora di più, spera in futuro di poter essere compreso più adeguatamente. In realtà, le cose non andranno nell’immediato molto meglio: il “Sergente di ferro” Eugenio Bersellini, successore di Ulivieri sulla panchina blucerchiata, ne elogerà il talento, ma pretenderà, con tanto bastone e poca carota (del resto, è pur sempre sergente!), una maggiore attenzione tattica in fase di copertura. Roberto però è artista, nell’anima è un ribelle con un bagaglio di vuoti e di nostalgia non indifferente: è diventato adulto troppo in fretta, ma rivendica di poterlo essere a modo suo. Niente eccesso di disciplina, al diavolo le fruste e il sacrificio! Mancini desidera imporsi con pennellate rapide e guizzi anarchici di genialità: il giovane chiede di poter essere se stesso, ma davvero da uomo libero.

Ad ogni modo, la Samp getta gradualmente in quegli le basi delle glorie prossime, con la rosa che si arricchisce di nuovi e freschi elementi: nel 1983 arriva il difensore Vierchowood, un anno dopo è il turno di Gianluca Vialli. Qualcosa di magnifico sta per nascere.

I GEMELLI DEL GOAL: I PRIMI TRIONFI

Gianluca Vialli è un cremonese di famiglia benestante. Calcisticamente cresce nel Pizzighettone, scovato dall’occhio ben attento di Franco Cristiani, professore di italiano con una passione per il pallone. Nella stagione 1980-1981 esordisce con la Cremonese in serie c1, sotto la guida di Guido Vincenzi. La squadra della città lombarda, tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80, ha un canale di comunicazione privilegiato con la Juventus: Prandelli, Marocchino, Cabrini, Bonini compiono il grande salto, passando dall’umile provincia alla locomotiva del football in Italia. Gianluca è un giocatore di talento e notevole prospettiva: è fisico, veloce, tecnico, con un fiuto connaturato per la rete. Bonaperti se ne infatua, chiede informazioni sull’attaccante, ma poi opta per una prima ritirata: 3-4 miliardi per un giovanotto, se pur di buone speranze, sono decisamente troppi! A questo punto entra in gioco il già citato Borea: il ds doriano convince Mantovani a un ulteriore sforzo, e il Presidente non oppone resistenza. Qualcuno lo considererà forse un folle, ma molto presto dovrà inequivocabilmente ricredersi.

Vialli gioca un altro anno in prestito a Cremona, consacrandosi definitivamente sotto la guida di Emiliano Mondonico, per poi trasferirsi a Genova, sponda blucerchiata. Una grande squadra sta nascendo, ben farcita di giovani dalle infinite attese. Gianluca esordisce nel capoluogo ligure il 16 settembre, e per ironia della sorte proprio contro la Cremonese. L’allenatore è appunto Bersellini, poco in sintonia con Mancini, ma probabilmente più attento alle reali esigenze dell’attaccante lombardo: Vialli, spesso impiegato da ala, viene spostato ormai definitivamente a centravanti, andando così a costruire una speciale e immortale intesa con il Mancio. La prima annata si conclude con la vittoria della coppa Italia: è il passo iniziale di un cammino glorioso, e Vialli e Mancini non possono esimersi dal timbrare con le loro reti la finale contro il Milan.

La svolta definitiva arriva nella stagione 1986-1987, con l’approdo a Genova dello slavo Boskov: il tecnico sa usare intelligenza e ironia nel gestire quelli che sempre più vanno a conquistarsi il titolo onorifico di “gemelli del goal”. Gianluca si converte compiutamente in un bomber efficace e prolifico, arrivando a doppia cifra in ogni stagione; per lui Gianni Brera conia il nomignolo “StradiVialli, in memoria del liutaio Stradivari. Vialli è un attaccante completo e dinamico, un vero e proprio astro nascente del “gioco più bello del mondo” (la fortunata espressione è ancora di Brera); alle sue spalle Mancini inventa, è rifinitore, può divertirsi e creare, senza essere soffocato da tatticismi poco consoni alla sua indole. I due insieme vincono anche la seconda coppa Italia, andando a giocarsi nella stagione 1988-1989 la prima possibilità di sollevare un trofeo europeo: la coppa delle coppe. Il cammino è ottimo, la conclusione è dolorosa: la Samp viene sconfitta in finale contro il Barcellona di Crujff, e non sarà l’unica volta.

Il tempo del riscatto, però, si presenta immediatamente; nello stesso anno i doriani riescono a trionfare nuovamente nella coppa nazionale, andando così ad allestire la tavola per il successo venturo. In estate la rosa si arricchisce con Katanec e Lombardo: forse è il caso di abbandonare l’amarezza, provando a costruire qualcosa di nuovo. Così accade. Il percorso in Coppa delle Coppe è ancora avvincente, ma anche l’ultima tappa non genera questa volta sofferenza: la Samp batte per 2 a 0 l’Anderlecht con doppietta di Vialli. Anche l’Europa inizia a tingersi di blucerchiato.

Resta un passo da compiere, quello forse più importante, il sogno del presidente Mantovani: la vittoria dello scudetto. Prima, però, c’è un’altra avventura da affrontare: si gioca la coppa del mondo in Italia. È il momento per i gemelli del goal di dimostrare il proprio assoluto valore anche in azzurro.

MANCINI, VIALLI E LA NAZIONALE: UN RAPPORTO MANCATO

La storia del rapporto tra Mancini, Vialli e la Nazionale è un condensarsi di occasioni mancate e speranze tradite. Il Mancio viene convocato per la prima volta in azzurro nella tournée americana del maggio ‘84; dopo la partita giocata a New York contro gli Usa, Roberto decide di scorrazzare in serata per le vie della metropoli, venendo così pesantemente redarguito dal Vecio Bearzot; il commissario tecnico campione del mondo gli assicura che mai più lo convocherà in Nazionale, e la promessa verrà puntualmente mantenuta.

Nella Under 21 Vialli e Mancini sono tra i principali motori della nuova promettente generazione. La comitiva di Arzeglio Vicini è ricca di talento, freschezza e dinamismo: ai gemelli del goal fanno compagnia calciatori del calibro di Zenga, Riccardo Ferri, Donadoni, Giannini. Agli europei di categoria dell’84 la squadra perde in semifinale contro l’Inghilterra; ancora meglio (o peggio, a seconda del punto di vista) vanno le cose un paio di anni dopo: nel 1986 gli azzurrini sono sconfitti in finale contro la Spagna ai calci di rigore. È una prima importante delusione per Mancini e Vialli, e occorre ora trovare la giusta forza per liberarsene.

Dopo il fallimentare mondiale del 1986, Vicini prende il posto di Bearzot alla guida della Nazionale maggiore; la squadra è costruita sulla base dell’Under 21, impreziosita da giocatori più esperti quali Bergomi e Baresi. Ai campionati europei del 1988 l’Italia è tra le favorite, con Mancini (nuovamente convocato e molto apprezzato dal nuovo commissario tecnico) e Vialli che sono attesi tra i potenziali protagonisti. Gianluca non delude: segna una doppietta contro la Svezia, un goal contro il Portogallo. L’Italia, però, non riesce ad arrivare in fondo, venendo sconfitta in semifinale dall’Urss. Un’altra delusione, e ogni possibile esultanza è da rimandare.

Un’altra grande occasione, probabilmente l’ultima: la coppa del mondo di Italia ‘90 appunto. Vialli è annunciato come il possibile migliore azzurro del torneo: le attese sono molte, la delusione sarà ancora più cocente. Mancini nel mondiale casalingo non gioca nemmeno un minuto; Gianluca, invece, è decisamente affaticato, tra guai fisici e avventure tra le lenzuola (si vocifera di un suo flirt con Alba Parietti). I protagonisti, nella sostanza, saranno altri: Roberto Baggio, ma soprattutto Schillaci. Vialli torna in campo per la semifinale contro l’Argentina: ancora una sconfitta ad un passo dal sogno, un ennesimo rimpianto da collezione. Lo stesso Gianluca dirà:

“Ogni mondiale ha un stella nascente che fu Schillaci, e una cadente, che ero io”

Di fatto, è l’amaro epilogo della storia di Mancini e Vialli con la Nazionale; sotto la guida di Sacchi, i due rimarranno ai margini (Mancini), o si congederanno dopo scontri anche duri con il tecnico (Vialli). Occorrerà molto tempo prima di tornare in una perfetta sintonia con la divisa azzurra: appena una settimana fa il destino ha finalmente deciso di riconsegnare ciò che, forse un po’ ingiustamente, aveva sottratto.

DAL TRICOLORE A WEMBLEY

Terminato il torneo di Italia ‘90, Mancini e Vialli possono ritornare alla famiglia blucerchiata, nella speranza di poter così annegare le delusioni nazionali e regalare il primo tricolore ai genovesi. L’ultimo scudetto lo ha vinto il Napoli, al termine di un duello non privo di polemiche con il Milan di Sacchi; l’Inter di Trapattoni parte nuovamente in prima fila, mentre la Juventus è pronta a ripartire dopo annate di scarso raccolto. La Samp si candida ancora una volta tra le possibili outsider. Il campionato è in effetti equilibrato: l’Inter sembra essere favorita, la Doria è tra le inseguitrici. Tra le prime vittorie assai significative un 4 a 1 a Napoli, con doppietta di Mancini (un goal al volo su assist di Lombardo); il 30 dicembre arriva poi la vittoria nello scontro diretto al Ferraris contro l’Inter per tre a uno (doppietta di Vialli, questa volta). La squadra è forte, solida, ormai ben collaudata e diretta dall’intelligenza mai dogmatica di Boskov; i blucerchiati giocano un calcio all’italiana, ma sanno essere anche belli e certamente creativi. In porta c’è Pagliuca; la difesa è formata dai centrali Vierchowood e Pellegrini (con Marco Lenna valida alternativa) e Mannini terzino desto; a centrocampo l’ala destra Lombardo, Fausto Pari (mediano di lotta e grande sostanza), Bonetti o il nuovo acquisto Michailichenko al centro, Dossena o Cerezo (non più in condizioni fisiche ottimali) a rifinire il gioco e Katanec e Invernizzi ad alternarsi sulla sinistra; la coppia d’attacco, nemmeno a dirlo, è Vialli-Mancini.

La squadra vince e convince sempre di più, e nel girone di ritorno sempre potersi candidare come squadra favorita; solo l’Inter di Trapattoni regge, e a Genova si teme che alla fine della corsa la costanza di chi è più abituato a vincere possa avere la meglio. In realtà, non raramente è la fame ad imporsi, e presto l’Italia calcistica se ne avvede: il 5 maggio (data fatidica per i cultori di Napoleone e per i nerazzuri) la Sampdoria batte l’Inter a Siro, con reti di Dossena e Gianluca “StradiVialli” in contropiede. Due settimane dopo la squadra genovese certifica il trionfo: il 19 maggio sconfigge il Lecce per 3-0 al Ferraris (Cerezo, Mancini, Vialli). È l’apogeo della storia blucerchiata, la realizzazione del sogno più grande per Mantovani, Borea e l’intera società. Resta ancora un solo possibile passo da compiere: è il più difficile, ma anche il più glorioso. Questa volta, però, il sogno si fermerà nell’istante migliore.

La stagione 1991-1992 la Sampdoria gioca per la prima volta della sua storia in Coppa Campioni. Il maggiore trofeo europeo è stato vinto, tra le squadre italiane, soltanto dal Milan (prima quello di Rocco, poi l’epopea sacchiana), dall’Inter di Herrera degli anni ‘60 e dalla Juventus, se pur nella tragica serata dell’Heysel. La Sampdoria ha la possibilità di essere il primo club nazionale, al di fuori del triangolo più illustre del nostro calcio, ad aggiudicarsi la Coppa; si erano fermate a un passo dall’impresa la storica Fiorentina di Bernardini (sconfitta in finale nel 1957 dal leggendario Real Madrid di Bernabeu e Di Stefano) e la Roma di Liedholm (superata soltanto ai rigori dal Liverpool nel 1984).

Nel primo turno i doriani si sbarazzano senza alcuna difficoltà del Rosenborg; più arduo è invece il doppio incontro contro l’Honved agli ottavi di finale: gli ungheresi vincono per 2-1 la partita d’andata, ma i blucerchiati rimontano nel match di ritorno, imponendosi per 3-1. A questo punto, un particolare regolamento prevede la suddivisione delle otto squadre rimanenti in due gruppi da quattro, con le due vincitrici che dovranno incontrarsi nella finalissima. Il raggruppamento della Sampdoria è certamente tosto: la squadra ligure dovrà fronteggiare Stella Rossa, Panhathinakos e Anderlecht. I doriani sconfiggono i campioni in carica serbi per 2-0, per poi pareggiare contro il Panathinaikos ed essere sconfitti in Belgio. Domina l’equilibrio: al termine del girone d’andata conduce la Stella Rossa con quattro punti, a seguire Sampdoria e Anderlecht a tre e Panathinaikos a due. Occorre un secondo tempo di altissimo livello; i doriani vincono i successivi due incontri contro Anderlecht e Stella Rossa a Belgrado e possono permettersi di pareggiare in casa contro i campioni greci: la finale è raggiunta. Nell’altro raggruppamento il Barcellona precede senza troppe difficoltà Sparta Praga, Benfica e Dinamo Kiev (una sola sconfitta, a Praga): l 20 maggio si giocherà Sampdoria- Barcellona, e i genovesi non partono di certo con i favori del pronostico.

Il Dream Team del Profeta Cruyff è una squadra di immensa classe e individualità eccelse; tra i titolarissimi spiccano giocatori e artisti del calibro di Koeman, Stoichkov, Laudrup e Guardiola. Il tecnico olandese ha esportato in Catalogna un football sempre più incentrato su un palleggio prolungato, pressing alto in fase di non possesso e fraseggio negli spazi stretti. L’anno precedente la squadra ha vinto il campionato davanti ad Atletico e Real Madrid, e ora intende raccogliere il frutto della definitiva consacrazione; i doriani ancora portano ancora con sé le cicatrici di quella finale di Coppa delle coppe persa proprio contro i blaugrana di Cruyff, e adesso sognano una stupefacente rivincita. Boskov schiera i seguenti undici:

Pagliuca, Mannini, Katanec, Pari, Vierchwood, Lanna, Lombardo, Cerezo, Bonetti, Mancini, Vialli

La partita è equilibrata, nei tempi regolamentari Vialli non riesce a concretizzare un paio di noiide occasioni. Si va ai supplementari, e al minuto 112 scende il gelo su tutto il popolo doriano: su una punizione a rasoterra Koema segna il goal del vantaggio, e il risultato non cambia più. La serata del la possibile gloria svanisce in un incubo amaro: in molti hanno la sensazione che un’occasione simile non si ripresenterà.

LE ULTIME TAPPE

La delusione è enorme, una storia bellissima e quasi romantica sta per tramontare. Vialli in estate lascia Genova per la Juventus, e Gullit (nel capoluogo ligure dal 1993) non riuscirà nell’impresa di non farlo rimpiangere. StradiVialli terminerà la sua carriera da calciatore al Chelsea, dove avrà inizio anche la breve, ma vincente, esperienza da allenatore (dopo il Chelsea, un periodo poco fortunato all’Watford). Per diversi anni sarà un apprezzato opinionista televisivo, prima di dover affrontare la battaglia più dura e imprevedibile della sua esistenza.

Mancini dopo quella sconfitta a Wembley non è più lo stesso: qualcosa in lui ha iniziato a spegnersi, e forse si estinguerà quasi del tutto un anno dopo, quando l’ennesimo problema cardiovascolare non lascerà al presidente Mantovani una nuova occasione di rilancio. Sono lacrime dolorose per il Mancio: il simbolo degli anni d’oro doriani si è congedato dalla vita, ed ora si concretizza sempre più in lui la sensazione di essere al centro di una storia al passato. Mancini lascerà la Sampdoria per trasferirsi alla Lazio, dove vincerà il suo secondo ed ultimo campionato come vice di Erickson (nel ruolo di calciatore-allenatore). Si trasferirà per un solo mese a Leicester, prima di ricevere la chiamata della Fiorentina ed iniziare così la sua vincente carriera da allenatore. Roberto trionferà in Italia, poi in Inghilterra al Manchester City; a seguire alcune delusioni, prima della chiamata in Nazionale. È la possibilità del riscatto, la concretizzazione più alta del desiderio di rivincita. Un desiderio, però, che non è solo il suo: il compagno e amico Vialli merita un’occasione per potersi riconciliare interamente alla vita e al mondo del calcio. Gianluca entra così nello staff azzurro come capo delegazione: degli ex doriani lo seguono anche Lombardo, Evani (a Genova dal 1993 al 1997) e Fausto Salsano (da calciatore aveva lasciato la Sampdoria prima del trionfo tricolore). Un intero mondo blucerchiato si tinge di azzurro, per cercare di riaprire quella storia fiabesca, svanita un attimo prima di un lieto fine eterno. Si torna in Europa, si torna a Wembley 29 anni dopo. Si finisce tra le lacrime e gli abbracci: questa volta, però, non hanno più il sapore del rimpianto.