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ArezzoFoto tratta dal libro "Vecchi Spalti" di Sandro Solinas

Arezzo è una bellezza cheta, una di quelle fanciulle dal fascino discreto e non prorompente che va giudicata con riserbo e accortezza, senza valutazioni avventate, per poi restarne ammaliati in un vortice di emozioni senza fine.
Una città tutta da scoprire al centro del buon vivere perso da altri parti. Te ne accorgi nelle sere di maggio, nel brusio di chiacchiere che accompagna ogni passo sul centrale Corso Italia e nelle altre vie chiuse al traffico (una scelta di vita, qui, mica un’imposizione amministrativa) nella parte più antica della città, arroccata in alto e racchiusa dal perimetro stradale che ripercorre I’antica cinta muraria duecentesca.
A colpirmi di più, la prima volta che visitai Arezzo, non fu il trapezio di Piazza Grande con la sua rinomata giostra di fine estate, e neppure l’abside della Pieve di Santa Maria; non il Palazzo delle Logge del Vasari, non l’antica Fortezza, non il bellissimo crocifisso di Cimabue. Furono i balconi in legno, le torri, le pietre vive, i caffè, le botteghe dei prodotti tipici, i tanti negozi di antiquariato e i mille scorci del centro, tutti con una loro storia da raccontare. Un luogo colmo di ricordi in ogni angolo, dove il tempo si è fermato più volte per consentire, a chi lo desidera – e ne è capace – di ritrovarne l’aspetto armonioso di quando vi dipingeva Piero della Francesca, tra i vicoli stretti e scoscesi che in parte sono ancora quelli che ispirarono il Petrarca.
La Cattedrale gotica, costruita in cima al colle e ben visibile con il suo altissimo campanile proiettato verso il cielo, offre un panorama mozzafiato di questa amena conca posta al centro di tre valli – il Casentino, il Valdarno e la Val di Chiana – che s’incontrano poco lontano, a Ponte Buriana, suggestivo ponte romanico sull’Arno del XIII secolo (una quarta valle, la Valtiberina, rimane più distante dalla città). Uno scenario per nulla svilito mezzo secolo fa quando, con la realizzazione dell’Autostrada del Sole negli anni ’60 e il successivo ampliamento della ferrovia Firenze-Roma, Arezzo si ritrovò al centro della viabilità nazionale, affrontando l’inaspettata visibilità di un contesto di largo respiro fino ad allora sconosciuto se non per la prossimità alla Via Cassia. Il nuovo quadro centrale nell’ambito delle comunicazioni e dei trasporti rappresentò invece una vantaggiosa opportunità che la concretezza degli aretini non si lasciò sfuggire, sviluppando in pochi anni il passaggio da una economia in prevalenza agricola a una primariamente industriale che ne ha fatto un polo mondiale della produzione orafa. Già duemila anni prima, del resto, le ricchezze minerarie della zona unite alle produzioni agricole e artigianali, nonché alle capacità commerciali dei suoi abitanti, fecero dell’antica Aritim una delle dodici “lucomonie” etrusche, cioè la sede di una magistratura con potere regale. Sui recenti legami tra la politica e lo sviluppo del potere bancario ad Arezzo, sarà invece opportuno chiudersi in un dignitoso silenzio.
Non so se tra i gioielli e le meraviglie auree della ritrovata ricchezza aretina possa essere annoverato anche il nuovo stadio comunale che proprio in quel periodo fu costruito con moderni criteri architettonici nel quartiere Giotto (aah…), sotto la collina di San Cornelio, uno scorcio bucolico ricco di suggestive atmosfere paesaggistiche tipicamente toscane. Non credo, ma tant’è.
Inaugurato ufficialmente il 24 settembre 1961 dall’allora Presidente del Consiglio, l’aretino Amintore Fanfani, il nuovo stadio andò a sostituire il terreno di gioco in zona Campo di Marte, la vecchia Piazza d’Armi compresa tra la parte terminale di Via Vittorio Veneto, la stazione ferroviaria, Via Maginardo e Via Leon Battista Alberti, utilizzata nell’Ottocento come luogo di esercitazione militare. Nel 1919 su tale area era stato costruito uno sferisterio in legno per accogliere i giochi con la palla tanto in voga all’epoca e le corse di cavalli nell’ambito delle feste patronali cittadine. A quel tempo sull’ampio spiazzo giocavano i biancoazzurri della “S.F.A. Società Football Aretina”, veri pionieri del calcio locale assieme ai rossoneri della Pro Arezzo Esperia, di casa al Prato. Ai primi il pallone fu donato da tal Mario Malentacchi, titolare di un negozio di mercerie, quelli della Pro dovettero invece ringraziare l’Ingegner Colombini. L’Unione Sportiva Arezzo arrivò solo nel 1930 dopo I’ aggregazione di numerose compagini cittadine, tra cui la Juventus FBC Arezzo sorta sette anni prima. Un alternarsi di squadre e formazioni che non può non ricordare la sfida rionale della Giostra del Saracino, sentita gara tra i “Quartieri” storici di Arezzo che portano il nome delle quattro porte della città (Porta Crucifera, Porta Santo Spirito, Porta Sant’ Andrea, e Porta Del Foro) durante la quale gli aretini si radunano a parteggiare fra i /1 cavalieri che corrono la lancia”. Ma anche le cruente lotte tra gli invasori barbari, giacché Arezzo per lungo tempo si trovò sulla linea di confine tra i territori sotto il dominio bizantino, a sud, e quelli – più in alto – conquistati dalle popolazioni nordiche dei Goti e dei Longobardi. Non sorprende pertanto che ad Arezzo, poco distanti tra loro, ci siano chiese dedicate a San Michele Arcangelo, protettore dei Longobardi, e altre dedicate a Sant’Apollinare, protettore dei Bizantini.
Il terreno di Campo di Marte era una struttura assai modesta, con gli spalti limitati a delle piccole tribune in legno e un fondo di gioco precario sul quale i pali delle porte venivano smontati alla fine di ogni gara per consentire la disputa anche di altri sport e attività ricreative. Fu così che il 7 giugno 1933 alcune associazioni sportive e combattentistiche aretine sollecitarono il podestà Pier Ludovico Occhini a dotare la città di un nuovo impianto sportivo da intitolare al tenente dei bersaglieri Giuseppe Mancini, medaglia d’oro al valore militare caduto sul Monte Miela, vicino a Caporetto, il 3 dicembre 1917.
Affollata di personaggi illustri, Arezzo è città dalle continue commemorazioni e intitolazioni. Anche nello sport, tanto che nell’attuale stadio comunale pure la memoria degli atleti e dei personaggi storici si è frammentata tra i singoli settori che formano l’impianto. Ad Arezzo le lapidi sui muri sono infinite. In Corso Italia, proprio di fronte al marmo che ricorda l’arrivo dell’onnipresente Garibaldi che inneggiava all’unità (mah…) e alla libertà (mah…) conquistate c’è una più mistica lapide dedicata a San Francesco. Perché, proprio lì, nel 1217 (anche se la data è contestata), il fraticello d’Assisi visitò l’ormai scomparso Ospedale del Ponte e “scese fra le fazioni in lotta invocando pace e amore”. Il nuovo campo sportivo era previsto inizialmente nel quartiere di Pescaiola, sul terreno nei pressi dell’odierna Via Alessandro dal Borro acquistato dal Comune nel febbraio 1934, ma l’ambizioso progetto – che prevedeva un complesso polivalente con una capienza di diecimila spettatori e addirittura una torre neo-futurista di 33 metri – rimase sulla carta per la mancanza di fondi e per la diversa destinazione d’uso che fu riservata alla zona, dove venne successivamente realizzato il nuovo Foro Boario. Avrebbe allora fatto senz’altro comodo una mano da parte di Gaio Cilnio Mecenate, illustre personaggio aretino, maestro e consigliere dell’imperatore Augusto, protettore e sostenitore delle arti e degli artisti (tra gli altri Orazio e Virgilio), il primo patrocinatore e sponsor ante litteram di tutte le attività storiche, culturali e ludiche. Altri tempi, ieri i giganti, oggi Banca Etruria e la banda Boschi. Fu invece deciso di recuperare l’impianto già esistente a Campo di Marte, la cui capienza fu aumentata con la costruzione della nuova tribuna in cemento e mattoni progettata dal Gruppo Toscano Architetti che andò ad affiancarsi alle vecchie gradinate in legno. Oltre al terreno di gioco per il calcio, il nuovo stadio possedeva una modesta pista in terra battuta per l’atletica, il ciclismo e il motociclismo. Ultimati i lavori eseguiti dalla ditta Gino Martini, l’impianto venne inaugurato nel 1937 con l’arrivo ad Arezzo della sesta tappa del Giro d’Italia, vinta in volata da Giuseppe Olmo.
Allo Stadio Medaglia d’Oro Giuseppe Mancini si ricordano, oltre a memorabili sfide calcistiche, numerosi altri eventi, tra cui la Fiera di settembre, lo spettacolare Circo Apollo con i cosacchi del Don, serate di pugilato, incontri di tamburello, pallamano e rugby, corse di trotto e di galoppo e diversi altri arrivi di tappa del Giro d’Italia che videro protagonisti Binda, Girardengo e Guerra, la locomotiva umana cui è intestata la pista del velodromo dello Stadio Danilo Martelli di Mantova. Lo stadio non fu risparmiato dai bombardamenti alleati che colpirono duramente Arezzo tra il 1943 e il 1944. Al termine della guerra il campo si presentava devastato dagli effetti del conflitto bellico, con la tribuna distrutta e sostituita da una gradinata di tubi di ferro, il campo pieno di buche, il muro di recinzione in parte crollato, i rottami dei carri armati ammassati a bordo campo e gli scheletri delle carrozze ferroviarie scaraventate poco distante dalle esplosioni che avevano colpito la vicina stazione. Si pose allora la necessità di trovare un nuovo spazio adatto a ospitare le gare dell’Arezzo, inizialmente individuato nell’area ex GIL; ma il nuovo impianto arrivò soltanto al termine della stagione 1960-61, l’ultima disputata dalla compagine amaranto nell’arena al vecchio Campo di Marte che fu demolita l’anno successivo. L’ultimo incontro ospitato fu quello del campionato riserve tra Arezzo e Bologna. L’area in precedenza occupata dal campo fu destinata in parte a giardini pubblici – dal febbraio 2010 intitolati allo stesso Mancini – e in parte a un gigantesco complesso residenziale e commerciale progettato pochi anni dopo da Mario Mercantini, oggi comunemente conosciuto come il palazzo della Standa. Negli anni Novanta la zona di Campo di Marte fu lasciata in uno stato di abbandono e colpevole incuria, con innumerevoli episodi di microcriminalità e degrado sociale ripetutamente denunciati dai residenti, solo in parte risolti dai lavori di recupero effettuati tra il 2003 e il 2004 che portarono a una risistemazione dell’area con nuova illuminazione, verde e panchine e al rinvenimento di alcuni reperti archeologici di epoca romana. Nell’occasione l’abbattimento di alcuni platani e pini in una delle zone più penalizzate dal traffico cittadino, crocevia nevralgico ha il centro storico e la parte nuova di Arezzo, comportò comprensibili lamentele e malumori. Il 18 maggio 2014, sul lato sud est del parco, venne inaugurato il monumento al tenente Giuseppe Mancini realizzato da Paolo Mulè e donato alla città dall’Associazione Bersaglieri Sez. provinciale Arezzo Pier Tommaso Caporali, chiudendo così una pagina rimasta sospesa per oltre mezzo secolo.
Ripensare oggi a quello stadio situato nel cuore della città è come sfogliare l’album dei ricordi. Ritrovare l’isola che non c’è. Come la Chimera, almeno quella in bronzo simbolo della Arezzo etrusca, trafugata per volere di Cosimo I dei Medici e portata nell’odiata Firenze, nemico di sempre e capoluogo del nulla nella Terra dei Campanili.

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