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Abdón Portefonte: account Twitter @abdon.porte

In Sudamerica e in Uruguay, si sa, il calcio è una passione viscerale. Tanto che può addirittura spingere alla morte. Questo, infatti, è quanto è successo ad Abdón Porte, grande difensore del Nacional Montevideo degli anni Dieci del 1900. Porte si era distinto tra i migliori difensori del suo Paese: difensore vecchio stampo, fisico e praticamente impossibile da spostare.

Nato nella provincia di Durazno nel 1893, Abdón Porte si trasferisce nella capitale nel 1908, terra dove il calcio inizia a diventare qualcosa di più di un semplice sport. In seguito a una parentesi nel Colón, nel 1913 si trasferisce nel Nacional. In quegli anni, inizia la spietata rivalità per la supremazia con l’altra faccia della città, il Peñarol. Porte inizia a giocare sulla destra, per poi spostarsi al centro della difesa. La garra uruguagia è insita in lui, una grinta difficilmente placabile, gli avversari si intimoriscono al suo cospetto. Le prestazioni sono così convincenti che arriva la chiamata della Nazionale, con cui vince la Copa America del 1917. Nel club, invece, colleziona oltre duecento presenze e più di quindici trofei: un’autentica leggenda, una delle primissime del fútbol.

Abdón Porte, l’inizio della fine

Il 1918, tuttavia, per Porte ha un nuovo sapore, quello dell’amarezza. Al suo posto, infatti, gioca Alfredo Zibechi, che gli soffia regolarmente il posto. All’epoca non esistono ancora le sostituzione e lui rimane tristemente in tribuna. Quando gioca, lo fa con minor mordente, pur tenendo fede al suo club. Il 5 marzo di quell’anno, gioca da titolare contro il Charley, vincendo per 3-1, e si reca alla sede del club per partecipare a un brindisi coi compagni di squadra. Resta coi colleghi fino alle una, per poi prendere l’ultimo tram, che non si dirige però verso casa: destinazione Parque Central, lo stadio. Intorno alle due del mattino, un grande botto.

Il mattino dopo, un addetto ai servizi del centro sportivo, entra nel campo e scorge un corpo inerme sul suolo. Si avvicina lentamente e la visione è terribile: è Abdón Porte, che si è sparato un proiettile in testa. Tra le mani due lettere, una rivolta al presidente del club, affinché si prenda cura di sua madre. L’altra, è una poesia romantica rivolta al Nacional:

Nacional, anche se polvere sono diventato/ nella polvere ti sono amante./ Non dimenticherò un istante/ quanto io ti abbia amato/ Addio per sempre“.

Con queste struggenti parole, si celebra un funerale che diviene un vero e proprio atto di massa, ben prima dell’avvento dello sport come lo conosciamo noi oggi. Partecipano innumerevoli celebrità e il suo corpo è deposto nel Cimitero de Las Tejas, dove riposano altri compagni morti per vaiolo anni prima. La sua storia segna profondamente il club, tanto che una delle tribune dello stadio viene intitolata al suo nome. Il rapporto della polizia informa che Porte possa essersi ucciso a causa di una malattia nervosa.

I tifosi, tuttavia, non accettano questa condizione: pretendono che il decesso del giocatore sia più bella, come raccontata nelle lettere. Un giocatore morto per l’amore alla propria maglia. Da quel momento, la storia ispira scrittori e cineasti e intere generazioni di giocatori, devoti alla grandezza dell’Indio, questo il suo soprannome a causa dei suoi tratti fisici. Un soprannome che riecheggia nell’eternità, nell’Olimpo del calcio della garra.

Di Luca Ripari

Sono Luca Ripari, ho 26 anni e provengo da Perugia. Nel giugno 2019 mi sono laureato in Mediazione Linguistica, in inglese e spagnolo. Ho una grande passione per il calcio, tanto da aver dedicato la mia tesi finale a questo argomento, lo sport interconnesso con società e cultura. Ho iniziato a collaborare con alcune testate e anche la radiocronaca mi appassiona. Mi piace scrivere, raccontare di calcio, viaggiare e leggere.