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Pierluigi Cera

Il suo nome resta indissolubilmente legato al primo, storico scudetto del Cagliari. Nel 1970, infatti, Pierluigi Cera, indossava la fascia di capitano della fortissima squadra rossoblù che vinse il tricolore, interrompendo, per la prima volta, lo strapotere delle squadre del Nord Italia. Una storia bellissima, raccontata anche nel libro, recentemente scritto e pubblicato dallo stesso calciatore insieme al giornalista Luca Talotta, intitolato “Cagliari 1970 – Emozioni da un trionfo”. Ma la carriera di Pierluigi Cera non è rimasta confinata solo all’esperienza in terra sarda, ma è poi continuata anche a Cesena, dove il profondo legame che si è instaurato con la città e con i colori bianconeri, lo hanno indotto a restare in Romagna anche quando ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo, per vestire i panni di Direttore Sportivo.

Di tutto questo, e di molto altro, come la sua esperienza in Nazionale, con la finale mondiale purtroppo persa contro il Brasile nel 1970, abbiamo avuto modo di parlare nel corso di questa lunga intervista, che l’ex calciatore ci ha cortesemente concesso.

Se parliamo di Pierluigi Cera, ovviamente, non possiamo non parlare di Cagliari, essendo lei stato uno dei simboli della storica squadra dello scudetto. Andiamo per ordine, come ci arriva il calciatore Pierluigi Cera nella squadra rossoblu? E come si è trovato in Sardegna?

“In Sardegna ci arrivo perché avevo parlato con il presidente del Verona e mi era stato detto che ero stato richiesto da ben 14 squadre di Serie A. Il Cagliari, che era appena stato promosso dalla Serie B, aveva una certa disponibilità economica e mi ha acquistato. Ed io le dico subito che in quel momento non volevo assolutamente trasferirmi in Sardegna. Era la prima volta che andavo via da casa, dove stavo bene. Accettai il trasferimento soprattutto perché in quell’anno la selezione della Nazionale partecipava alle Olimpiadi di Tokyo (1964) e quindi io, che avevo già fatto le vaccinazioni e tutte le pratiche burocratiche per partire, sarei tornato in Italia solo alla fine di novembre. In pratica l’ipotesi di stare a Cagliari, che per me era temporanea, sarebbe terminata dopo pochi mesi. Poi però, le dico la verità, nonostante il primo periodo di ambientamento, mi sono trovato benissimo a Cagliari. Si creò un affiatamento bellissimo con gli altri ragazzi della squadra, con i quali ci si vedeva non solo agli allenamenti, ma anche dopo. Si stava sempre assieme. Un gruppo molto unito, al di là anche dell’età di ognuno di noi. Eravamo come una famiglia. E quindi posso solo dire di essere stato davvero bene in Sardegna.”

Uno dei personaggi fondamentali della sua carriera è stato senza dubbio Manlio Scopigno. Che ricordo ha del “filoso”? E come nasce il nuovo ruolo di Pierluigi Cera in quella squadra?

“In tutta onestà le dico che non è stata proprio una scoperta del mister. Scopigno mi chiese semplicemente se me la sentivo di giocare dietro. Mi diceva solo: “pensaci tu, Piero pensaci tu”. Me lo ripeteva sempre. A livello tattico io sono stato un privilegiato. Ho giocato spesso in ruoli non miei. Ho fatto il difensore puro, marcando anche Gigi Riva, nella partita Cagliari-Verona. Con i gialloblu arrivammo in Sardegna senza difensori e quindi giocai io in difesa, marcando Gigi. Ma non accadde solo con lui. Sapevo anche marcare, oltre che giocare in mezzo al campo. Con Scopigno capitò dunque che mi chiedesse di giocare dietro. E la sua frase era sempre la stessa: “Piero, pensaci tu”.”

Una sorta di fiducia incondizionata nei suoi confronti, quindi. A ragion veduta. Con lei come capitano, infatti, e con Scopigno in panchina il Cagliari vince, per l’appunto, lo scudetto nel 1970. Un’impresa per altro sfiorata anche la stagione precedente. Lo ha già accennato prima, a grandi linee, ma mi piacerebbe approfondire ulteriormente: che squadra era quella del tricolore?

“Era una squadra forte in tutti i reparti. È logico che in avanti avessimo un giocatore come Gigi, ma anche in mezzo al campo ed in difesa eravamo messi molto bene. Eravamo una squadra vera. In effetti il campionato l’avremmo potuto vincere l’anno prima. Abbiamo giocato meglio e meritavamo decisamente di vincere lo scudetto nella stagione precedente. Era una squadra che aveva una coppia di attaccanti composta da Riva e Boninsegna. La coppia di attacco più forte del campionato. E sotto il profilo del gioco meritavamo di vincere il campionato nel 1968/69.”

Uno scudetto ricordato, ovviamente, anche nel suo libro “Cagliari 1970 – Emozioni da un trionfo”, scritto insieme a Luca Talotta. Cosa devono aspettarsi le persone che decideranno di leggerlo?

“Il racconto di una squadra che non si è mai montata la testa, con i calciatori che giocavano per divertirsi e divertire. Quello era il calcio che volevamo e sapevamo esprimere. Con questo libro abbiamo cercato di ripercorre i momenti principali, tra aneddoti di vario genere, di quella stagione.”

Oltre all’attacco formidabile, però, quel Cagliari aveva anche una difesa di ferro, da lei guidata, con appena 11 reti subite in quel campionato. Un record tutt’ora imbattuto. Quanto è cambiato il calcio oggi, rispetto a quegli anni?

“Il calcio di allora era fatto da marcature fisse. Oggi, sotto l’aspetto tattico, ci sono notevoli differenze. Anche se, a dire la verità, quando vedo un portiere che imposta l’azione da dietro non mi piace moltissimo, perché spesso, da questo tipo di ripartenze, si verificano degli errori che causano problemi alle difese. In tutti i casi, i difensori di oggi, a differenza di quelli del passato, sanno impostare, sanno inserirsi, sanno dribblare e sanno attaccare. Ai miei tempi, in tutta onestà, i difensori molto difficilmente salivano a dribblare o a partecipare alle azioni offensive. Oggi invece il difensore ha una valenza tecnica sicuramente maggiore. Ad esempio, un giocatore del genere è Leonardo Spinazzola della Roma. Ti salta l’uomo con una facilità estrema. A miei tempi si era molto più difensivisti, ci si limitava a marcare a uomo gli avversari. Potevi inventarti qualcosa con l’eventuale raddoppio. Ma il calcio era molto diverso da oggi, con i difensori che non giocavano moltissimo la palla rispetto ad adesso.”

Molti dei calciatori del Cagliari di quell’annata, tra i quali anche lei, parteciparono alla spedizione azzurra nel mondiale messicano nel 1970. L’Italia, in quell’occasione, venne sconfitto in finale dal Brasile di Pelè. C’era davvero tutta questa differenza tra la loro squadra e gli azzurri?

“No, assolutamente no. Per carità, la vittoria del Brasile fu meritata. Ma lo scarto era minimo. Il 4 a 1 non ci stava assolutamente, soprattutto nel contesto del gioco effettuato dalle due squadre. Loro erano senza dubbio una formazione fortissima. Ed erano inoltre favoriti dalla questione climatica. Nel senso che a 2000-2500 metri non riuscivi a spezzare il fiato. Mentre il loro tipo di gioco li favoriva in tal senso: possesso di palla, passaggi ravvicinati, che ti permettevano di spendere meno energie e di mantenere il fiato nel modo giusto. Il Brasile era stato favorito quindi come logistica, però non c’era assolutamente questa differenza”

E oggi invece, cosa pensa della nazionale guidata da Roberto Mancini? E quali potrebbero essere, secondo lei, i giocatori chiave di questa squadra?

“Adesso che è rientrato in condizioni Immobile, anche in attacco la nazionale è davvero molto forte. Anche se io, personalmente, sono convinto che l’apporto fondamentale arriverà soprattutto da Caputo. Nonostante abbia una certa età ed è arrivato in azzurro solo ora, sono certo che potrà lasciare il segno. Perché sa muoversi bene, si smarca con facilità. È uno dei giocatori che mi piace di più. E poi in mezzo al campo un giocatore come Barella è importantissimo. L’ho visto in azione nel derby, ultimamente, ed è stato straordinario. Mancini ha a disposizione diversi uomini che possono dare molte soddisfazioni.”

Durante gli anni di Cagliari, c’è stata anche un’esperienza nella United Soccer Association statunitense, con la squadra sarda che partecipa al campionato con il nome dei Chicago Mustangs. Ce la racconta brevemente? E soprattutto, che impressione ha avuto in quegli anni in merito all’interesse degli americani nei confronti del calcio?

“È stato un disastro (ride, ndr). Innanzitutto le dico che forse, in tutto il torneo, saremo forse riusciti a portare a termine solo una partita. Perché le altre sono state sempre sospese per le invasioni di campo degli spettatori che se la prendevano con gli arbitri. Abbiamo giocato a New York così come a Toronto, ma tutte le volte capitavano questi episodi. Un’esperienza da non ripetere assolutamente. Io, ancora oggi, non ho capito il motivo di quella nostra presenza negli Stati Uniti. L’unica cosa certa è che il Cagliari ebbe un ritorno economico per andare in America. Ma cosa effettivamente rappresentasse questo torneo non mi è di certo molto chiaro. Le dico, tra l’altro, in tutta sincerità, che io non so neanche come si sia concluso il torneo, visto che sono rientrato in Italia prima rispetto agli altri, perché dovevo sposarmi (nel 1967). E quindi non ho partecipato alla fase “orientale” della competizione. L’unica cosa certa è che ho giocato molto poco, perché le partite finivano sempre prima a causa di queste continue invasioni di campo. Con la gente che poi, tra l’altro, non se la prendeva con noi. Chi veniva inseguito, infatti, era sempre l’arbitro.”

Una situazione certamente paradossale. Torniamo in Italia però. Nel 1973, dopo 9 anni con la maglia rossoblù, il Cagliari cede Pierluigi Cera al Cesena. Cosa mai avviene questo trasferimento?

“Con precisione non so cosa sia successo. Io avevo un ottimo rapporto con la dirigenza, che però in quegli anni aveva la necessità di rinnovare la squadra. Certamente godevo di una certa considerazione da parte della proprietà. Fatto sta, però, che io venni ceduto nell’ultimo giorno di mercato.”

Anche con la squadra bianconera, e con la città di Cesena, però, si crea un profondo legame. Che ricordi ha di quegli anni?

“Io ho avuto modo di affermare, senza particolari problemi, che il mio primo anno al Cesena è stato forse quello dove ho avuto le maggiori soddisfazioni a livello calcistico. Io qui godevo di una considerazione notevole. E ho fatto anche bene, tant’è vero che Valcareggi, per i mondiali del 1974, mi aveva anche inserito nella lista dei primi 40 giocatori selezionati. Poi, dato che la Lazio aveva vinto lo scudetto, in Germania ci andò Wilson. In tutti i casi a Cesena io avevo giocato molto bene e mi ero tolto delle grosse soddisfazioni. Anche perché quando arrivai in questa squadra, c’era la forte convinzione di retrocedere. Ed invece ci siamo salvati, ed è stato forse l’anno più bello vissuto da calciatore. Poi, non più tardi di due anni dopo, arrivammo anche sesti in classifica e giocammo la Coppa UEFA. Ed anche questa è stata un’altra grande soddisfazione. Mi sono trovato talmente bene che cambiai anche idea sul mio eventuale ritorno a Cagliari, decidendo, a fine carriera, di stabilirmi definitivamente a Cesena.”

Infatti, terminata la carriera da calciatore, a 38 anni, si dedica a quella da Direttore Sportivo, sempre nel Cesena. Tante storie da raccontare e tanti calciatori valorizzati in quegli anni (come Rizzitelli o Bianchi), unitamente, tra l’altro, ad un simpatico episodio con un giovane Arrigo Sacchi, allenatore della primavera bianconera. Ce lo racconta?

“La questione è stata che un giorno, mentre passavo nei pressi del campetto vicino allo stadio, dove si allenavano i giovani del Cesena, ho notato la presenza dei ragazzi che, al mattino, stavano facendo una seduta di allenamento. E allora ho deciso di intervenire dicendo ad Arrigo che non doveva succedere mai più che i ragazzi saltassero un giorno di scuola per venirsi ad allenare. C’è stato dunque questo chiarimento, ed infatti l’episodio non si più ripetuto. Anche perché noi, come società del Cesena, ci tenevamo particolarmente al fatto che i nostri ragazzi frequentassero la scuola e terminassero gli studi.”

Giustamente. Chiudiamo allora con uno sguardo al presente. Cosa ne pensa del campionato attuale di Serie A? Chi potrebbe vincere lo scudetto? E quale potrebbe essere la squadra rivelazione della stagione, secondo lei?

“La squadra rivelazione, per me, anche quest’anno, resta l’Atalanta. Io la seguo con molta simpatia. È senz’altro una squadra che di certo non si può più definire come una sorpresa di questo campionato, soprattutto dopo quanto fatto anche in Coppa dei Campioni, ma che a me piace moltissimo per come gioca al calcio. Per quanto riguarda lo scudetto, invece, io penso che l’Inter sia la squadra che ha le potenzialità maggiori per aggiudicarselo, alla fine. Ovviamente c’è sempre la Juventus, ma l’Inter è una squadra rognosa e ha tanta qualità.”

Chiarissimo. Siamo dunque giunti alla fine di questa intervista ed io la ringrazio di vero cuore per questa piacevolissima chiacchierata.

“Per carità, ci mancherebbe. Grazie a voi e a presto”.

Di Daniele Caroleo

Giornalista pubblicista. Direttore Responsabile de "Il Calcio Quotidiano"