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Bulgaria

Per i non addetti ai lavori, sia essi accaniti tifosi o semplici appassionati del gesto tecnico, il calcio viene visto e giudicato su due piani precisi: quel che accade in campo e le dichiarazioni rilasciate nelle interviste.

Il terzo piano di interesse avviene solitamente in estate, sotto l’ombrellone, quando si tenta di raffreddare gli animi dalle bombe di mercato.

Se scendessimo alle massime profondità culturali, con fatturati, strategie di mercato, management, distribuzione dei dividendi, le chiacchiere nei Bar Sport sarebbero probabilmente limitate alle ordinazioni dello spritz domenicale.

È questo un atteggiamento del tutto normale e giustificabile, quando non si è padroni di quelle materie prerogativa dei professionisti.

Eh si, il professionismo. Questo sostantivo evoca parabole altissime, che paralizzano perfino omoni dal piglio minaccioso al cospetto dei propri beniamini o superstar di turno.

Cosa mai potremmo biascicare davanti a Messi, Ronaldo, Buffon, Mourinho, Klopp?

Poi ci rendiamo improvvisamente conto che questo mondo, così idealizzato, visto da una prospettiva terrena, così etereo non è.

Nel testo “E adesso tocca a me”, Vasco Rossi canta “che cosa me ne frega della Svizzera”. Perché mai dovremmo interessarci della Bulgaria? Forse perché al CSKA Sofia gioca l’ex Juve Stefano Beltrame?

I malati della sfera non più di cuoio hanno rotto gli indugi, tuffandosi in questa porzione di mondo.

C’è una squadra, il Botev Plovdiv (a Plovdiv è nato il pallone d’oro ed ex Parma Hristo Stoičkov), che è balzata agli onori delle cronache italiane nella stagione 2009/2010.

La crisi e la penuria di contratti costrinse giovani calciatori nostrani ad espatriare. Non in Brasile, Argentina o appunto Svizzera, come i nostri nonni, bensì in Bulgaria. Tutti al Botev, che in quell’annata era praticamente diventato un avamposto italico all’est. A favorire ciò, oltre all’ingaggio, anche la bandiera di Stato della stessa Bulgaria che, posizionata in verticale, altro non è che l’espressione del nostro Tricolore.

Nessuna nostalgia di casa quindi per i neo-emigranti, salvo anche il punto di vista istituzionale.

In panchina Enrico Piccioni già tecnico della Sambenedettese. Il portiere è Luca Brignoli, Tinazzi e Sirignano in difesa, Zanoletti ex Cremonese e Alberto Rebecca, già al Venezia, sono solo alcuni dei transfuga della pedata. È però durata solo mezzo tempo la stagione dei “bulgari d’Italia”.

I gialloneri hanno resistito fino alla 15^ giornata, perdendo a tavolino tutte le altre partite per problemi societari. Ma prima del calvario si sono concessi il lusso di pareggiare a Sofia (2-2), contro la quotata Lokomotiv (quarta nella classifica finale) e vincere addirittura il derby cittadino, piegando il PFK Lokomotiv per 1-0, con un gol all’86° di Emanuele Morini, ex Lumezzane, una promozione in Premier con il Bolton.

Ora il Botev, ritornato in Parva Liga (la massima serie bulgara), galleggia al 9° posto in campionato.

Privatosi degli italiani, ha virato verso altri continenti. A libro paga un manipolo di brasiliani non proprio famosi come, Johnathan, Anderson, Marquinhos Pedroso. La speranza è di mutuare, sulle fresche spiagge del Mar Nero, il più caldo e spumeggiante futbol bailado praticato a Praia do Forno (!).

Ma non è questa la notizia, come non è rilevante la facile impresa (0-4) compiuta in ottobre ai 16esimi di Coppa di Bulgaria dal Plovdiv in quel di Panagyurishte. Vittoria sul FC Oborishte, militante in terza serie.

Per gli amanti delle serie minori, la serie C italiana appare, al confronto, una piccola Europa League.

Il calcio artigianale praticato oltre Adriatico impone la totale assenza di materiale elettrico o luminarie qualsiasi. Led neanche a parlarne.

In casa dei “voivodes” si utilizza ancora il buon, vecchio, solido tabellone di compensato, con cifre cartonate ad altezza uomo. Agli aggiornamenti non troviamo lo staff arbitrale moderno, con quelle divise eleganti e cangianti. Al loro posto un sano e agile ragazzo di discendenza Tracia che, salendo su di un pendìo spelacchiato, sfodera ampie doti fisiche e tecniche al fine di scovare gli appositi fori per sganciare e agganciare i numeri giusti. Le spalle al campo una necessità.

Ci piace molto questo piccolo calcio antico. Una forma di espressionismo rurale, sapidamente paesano.

Lontano dai clamori dei megawatt, dai riflettori, distante sideralmente dall’elettronica.

La notizia è che dopo l’aquila dell’Olimpico, i piccioni di San Siro, il barbagianni di Barranquilla, il gatto di Anfield, avremo le galline di Panagyurishte.

Promesso.