Irlanda-Israele, il calcio e la neutralità a targhe alterne

3 Ottobre 2026 di 20 min di lettura
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Irlanda Israele

Il 4 ottobre Irlanda e Israele torneranno ad affrontarsi in Nations League, a una settimana dal 3-0 con cui la nazionale irlandese si è imposta nella gara d’andata disputata a Debrecen. Il ritorno dovrebbe essere una partita casalinga dell’Irlanda, ma si giocherà alla TSC Arena di Bačka Topola, in Serbia, e senza pubblico. La Football Association of Ireland ha chiesto alla UEFA di trasferire l’incontro fuori dal Paese dopo avere valutato una serie di “operational challenges” che avrebbero potuto condizionarne l’organizzazione sul territorio irlandese, anche alla luce delle consultazioni con i soggetti coinvolti e delle indicazioni ricevute dalla Garda Síochána, la polizia nazionale irlandese.

Non è un precedente assoluto. Nel settembre 2024, ad esempio, era stato il Belgio a disputare in Ungheria e a porte chiuse la propria partita interna di Nations League contro Israele, dopo che Bruxelles aveva rinunciato a ospitarla e la federazione non era riuscita a individuare sul territorio nazionale una città disponibile ad accogliere l’incontro per ragioni di sicurezza. Qualche settimana più tardi l’Italia seguì invece una strada differente, affrontando Israele a Udine davanti al pubblico, all’interno di un dispositivo di sicurezza particolarmente consistente. Il ritorno tra Irlanda e Israele rappresenta quindi un nuovo capitolo di una questione che il calcio europeo ha già incontrato e che appare difficile ridurre a un semplice problema organizzativo.

Nel caso irlandese, del resto, la partita arriva al termine di mesi nei quali il confronto sulla partecipazione di Israele alle competizioni internazionali ha attraversato la federazione, il mondo dello sport e infine lo stesso spogliatoio della nazionale. Nel novembre 2025 l’assemblea della FAI aveva approvato con 74 voti favorevoli, sette contrari e due astensioni una risoluzione per chiedere al Comitato esecutivo UEFA l’immediata sospensione della Israel Football Association, richiamando in particolare la presenza nelle competizioni israeliane di club degli insediamenti della Cisgiordania occupata e contestando alla federazione israeliana l’assenza di un’efficace politica contro il razzismo. Poche settimane prima anche il presidente della federazione turca İbrahim Hacıosmanoğlu aveva pubblicamente chiesto a FIFA e UEFA di sospendere Israele. Nel settembre dello stesso anno, esperti indipendenti delle Nazioni Unite avevano rivolto alle due organizzazioni una richiesta analoga, sostenendo che gli organismi sportivi internazionali non potessero ignorare le gravi violazioni dei diritti umani denunciate nei Territori palestinesi occupati.

Il confronto ha coinvolto anche la Norvegia. Nel febbraio 2026, durante il congresso della Norges Fotballforbund, venne presentata una proposta affinché la NFF lavorasse per l’esclusione di Israele dal calcio europeo. Il testo fu poi ritirato a favore di un emendamento del board, approvato all’unanimità, che impegnava la federazione a chiedere un’applicazione uniforme delle regole di FIFA e UEFA e conseguenze in caso di violazioni. La presidente Lise Klaveness dichiarò di condividere i principi della proposta originaria. La posizione norvegese non arrivò quindi alla richiesta formale di sospensione approvata dalla FAI, ma confermò quanto il tema fosse ormai entrato nel dibattito interno a diverse federazioni europee.

Irlanda e Palestina, un legame che viene da lontano

La forza con cui la questione palestinese viene vissuta in Irlanda non nasce, però, con il sorteggio della Nations League e neppure con la guerra degli ultimi anni. Ha radici storiche e culturali profonde, legate anche al modo in cui una parte della società irlandese ha letto la propria esperienza di dominio britannico, colonialismo, divisione territoriale e lotta per l’autodeterminazione. Irlanda e Palestina hanno naturalmente storie diverse, ma nella cultura politica irlandese il parallelismo tra le rispettive esperienze ha alimentato nel tempo una solidarietà particolarmente radicata, soprattutto negli ambienti repubblicani e nelle comunità nazionaliste dell’Irlanda del Nord.

Il rapporto si è consolidato nel corso dei decenni. Durante i Troubles e soprattutto a partire dagli anni Settanta, la causa palestinese è diventata una presenza riconoscibile nell’immaginario repubblicano irlandese, entrando anche nell’iconografia politica delle aree nazionaliste dell’Irlanda del Nord attraverso bandiere e murales. Anche la memoria delle plantations, attraverso le quali terre confiscate agli irlandesi furono assegnate a coloni provenienti dalla Gran Bretagna, ha contribuito a questa sensibilità, insieme alla partizione dell’isola e alla lunga battaglia per l’indipendenza. Sono elementi che hanno alimentato l’attenzione verso la rivendicazione palestinese dell’autodeterminazione ben prima che Gaza tornasse al centro dell’attenzione internazionale.

Nel maggio 2024 questa vicinanza ha assunto anche una dimensione istituzionale, quando l’Irlanda, insieme a Spagna e Norvegia, ha riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina. Nell’annunciare la decisione, il Taoiseach Simon Harris, cioè l’allora primo ministro irlandese, richiamò esplicitamente il 21 gennaio 1919, quando l’Irlanda aveva chiesto alla comunità internazionale di riconoscere il proprio diritto all’indipendenza: «Oggi usiamo lo stesso linguaggio per sostenere il riconoscimento della Palestina come Stato», spiegò in quell’occasione. Anche per questo ciò che sta accadendo intorno alle partite contro Israele difficilmente può essere compreso limitandosi agli ultimi mesi o alle vicende della Nations League.

Irlanda-Israele, dal boicottaggio al voto nello spogliatoio

L’abbinamento con Israele ha comunque trasformato progressivamente una posizione istituzionale in una questione molto concreta. Già nei mesi successivi al sorteggio erano aumentate le pressioni affinché la FAI non disputasse le due partite. Irish Sport for Palestine ha prospettato anche un’azione giudiziaria, mentre all’interno della federazione si è discusso formalmente delle conseguenze di un eventuale boicottaggio. Il board della FAI ha sostenuto che una decisione unilaterale avrebbe potuto produrre conseguenze pesanti e durature per il calcio irlandese, in un momento nel quale il Paese è coinvolto anche nell’organizzazione di Euro 2028. Nel frattempo oltre 160 sportivi irlandesi hanno sottoscritto una lettera aperta chiedendo ai giocatori della nazionale di non affrontare Israele e la campagna “Stop the Game” ha continuato a esercitare pressione sulla federazione.

La discussione è entrata definitivamente nello spogliatoio alla vigilia dell’andata. I giocatori si erano già confrontati a lungo sulla possibilità di presentarsi in campo quando Gavin Bazunu, portiere ventiquattrenne del Bolton e da diversi anni nel giro della nazionale maggiore irlandese, ha comunicato di non voler partecipare alle partite contro Israele. Bazunu ha spiegato pubblicamente che rappresentare il proprio Paese significava molto per lui, ma che riteneva sbagliato prendere parte agli incontri sulla base della propria convinzione personale che l’uccisione di persone innocenti fosse inaccettabile, precisando inoltre che la propria decisione non era rivolta contro il popolo israeliano o la comunità ebraica.

La scelta del portiere ha riaperto un confronto che ha occupato per ore la squadra, modificando anche il programma della vigilia. Alla fine i giocatori hanno votato e la maggioranza ha deciso di disputare l’incontro. Il 27 settembre l’Irlanda è quindi scesa in campo a Debrecen e ha battuto Israele 3-0, accompagnando quella decisione con una serie di gesti che hanno inevitabilmente segnato la serata: i calciatori irlandesi hanno indossato il lutto al braccio, abbassato la testa durante l’inno israeliano, evitato le tradizionali strette di mano e lo scambio dei gagliardetti. Dopo aver realizzato il terzo gol, Jack Moylan, centrocampista offensivo venticinquenne arrivato in nazionale maggiore soltanto pochi mesi prima, si è tolto la fascia nera indossata in memoria delle vittime del conflitto, l’ha mostrata e baciata rivolgendosi verso il settore occupato dai sostenitori israeliani e ha poi baciato lo stemma dell’Irlanda sulla maglia. Bazunu non ha giocato e non prenderà parte neppure al ritorno.

Quattro giorni dopo, durante Irlanda-Austria all’Aviva Stadium, la questione palestinese è tornata prepotentemente dentro una partita della nazionale. Il lancio sul terreno di palline da tennis accompagnate da bandiere palestinesi ha provocato un’interruzione dell’incontro, mentre la campagna “Stop the Game” continuava a chiedere che la sfida del 4 ottobre non venisse disputata. Domani l’Irlanda giocherà comunque, ma lo farà in Serbia, senza pubblico, contro la federazione della quale la propria assemblea ha chiesto ufficialmente la sospensione. L’intera vicenda rende piuttosto difficile continuare a descrivere sport e politica come due dimensioni capaci di procedere lungo strade separate.

Sport e politica non sono mai stati due mondi separati

La Israel Football Association ha richiamato proprio questo principio accogliendo favorevolmente la decisione irlandese di rispettare gli impegni della Nations League: la politica dovrebbe rimanere fuori dal calcio. È una formula utilizzata da decenni e riproposta ogni volta che un conflitto internazionale raggiunge un campo da gioco, nonostante la storia dello sport racconti qualcosa di molto diverso. Quella della stessa nazionale israeliana, da questo punto di vista, offre un esempio particolarmente significativo.

Israele ha fatto parte della Confederazione asiatica dal 1956 al 1974, vincendo anche la Coppa d’Asia nel 1964, ma lasciò l’AFC in un contesto segnato dalla crescente opposizione dei Paesi arabi e musulmani alla sua presenza nelle competizioni continentali. La stessa UEFA indica nelle «questioni politiche» la ragione dell’uscita di Israele dalla confederazione asiatica. Dopo un lungo periodo senza appartenenza a una confederazione continentale, la nazionale israeliana cominciò a disputare regolarmente le competizioni europee dal 1991 e nel 1994 la Israel Football Association divenne membro effettivo della UEFA, dopo una modifica statutaria approvata l’anno precedente che rese possibile l’ammissione.

È una vicenda che racconta bene quanto il confine tra sport e politica sia stato storicamente permeabile. Le nazionali rappresentano Stati, giocano sotto una bandiera, ascoltano un inno e partecipano a competizioni organizzate da organismi che intrattengono rapporti con governi e istituzioni sovranazionali. Olimpiadi, Mondiali e grandi manifestazioni internazionali hanno accompagnato per oltre un secolo tensioni diplomatiche, boicottaggi, rivendicazioni ed esclusioni, mentre CIO, federazioni internazionali e organizzazioni continentali hanno più volte deciso di intervenire in conseguenza di ciò che accadeva fuori dagli impianti sportivi.

Il Sudafrica dell’apartheid rappresenta uno dei casi storicamente più significativi. La segregazione razziale investiva direttamente anche lo sport e produsse provvedimenti su più livelli: la FIFA sospese la federazione sudafricana e arrivò alla sua espulsione nel 1976, mentre il Sudafrica rimase escluso dai Giochi olimpici dal 1964 fino al ritorno di Barcellona 1992 e il Comitato olimpico sudafricano venne formalmente espulso dal CIO nel 1970.

Nel 1992 fu invece la Jugoslavia a essere esclusa dalle competizioni internazionali nel contesto delle guerre che stavano accompagnando la dissoluzione del Paese. La nazionale si era qualificata per gli Europei in Svezia, ma venne estromessa in seguito alle sanzioni adottate dalle Nazioni Unite contro la Repubblica Federale di Jugoslavia e sostituita dalla Danimarca, che poi vinse la competizione.

Trent’anni più tardi, dopo l’invasione dell’Ucraina, il mondo dello sport intervenne nuovamente: FIFA e UEFA sospesero nazionali e club russi, il CIO raccomandò alle federazioni internazionali di escludere atleti e ufficiali di Russia e Bielorussia dalle competizioni e la UEFA impose alle squadre bielorusse di disputare le gare interne in campo neutro e senza pubblico.

La contraddizione emerge quando questi interventi vengono adottati a targhe alterne e alla scelta di assumere una posizione netta in alcuni casi si accompagna, in altri, il richiamo alla neutralità. Gli organismi sportivi internazionali hanno dimostrato attraverso le proprie decisioni che ciò che accade fuori da un campo può produrre conseguenze molto concrete dentro quel campo, fino a incidere sulle modalità di partecipazione o sulla presenza stessa di una nazione nelle competizioni.

Le prese di posizione che hanno accompagnato Irlanda-Israele non rappresentano un problema da reprimere, né qualcosa da cui il calcio debba difendersi. La scelta personale di Bazunu, i gesti dei suoi compagni a Debrecen, le manifestazioni degli sportivi e le proteste del pubblico irlandese appartengono al diritto delle persone di esprimere il proprio dissenso. Il punto riguarda piuttosto le istituzioni che governano lo sport internazionale e il criterio con cui utilizzano gli strumenti di cui dispongono. Davanti a una guerra che ha provocato un numero enorme di vittime civili, devastato Gaza, prodotto una crisi umanitaria di dimensioni eccezionali e coinvolto direttamente anche il movimento sportivo palestinese, resta da spiegare perché nei confronti di Israele non siano stati adottati provvedimenti analoghi a quelli assunti in passato davanti ad altre crisi internazionali.

Konyaspor-Palestina, il calcio dentro la tragedia di Gaza

Tre giorni dopo Israele-Irlanda, il 30 settembre, a Konya si è giocata un’altra partita nella quale il rapporto tra calcio e politica è stato dichiarato apertamente. Il Konyaspor ha pareggiato 2-2 contro la nazionale palestinese in un’amichevole inserita nelle iniziative dedicate alla solidarietà con la Palestina. Lo stadio si è riempito di bandiere palestinesi e turche, immagini delle vittime e riferimenti agli sportivi e ai giornalisti uccisi. Al decimo minuto il gioco è stato interrotto, le luci sono state spente e sui maxischermi sono comparsi i nomi di bambini palestinesi morti durante il conflitto.

Alla fine l’arbitro ha chiuso l’incontro quando il cronometro segnava 89 minuti e 59 secondi. L’ultimo secondo è stato lasciato simbolicamente incompiuto e dagli altoparlanti dello stadio è stato spiegato che quella partita sarebbe rimasta idealmente sospesa nell’attesa di una Palestina libera. Il calcio è diventato per una sera uno spazio di solidarietà, memoria e denuncia, dando visibilità attraverso una partita a ciò che continua ad accadere alla popolazione palestinese.

A Gaza il conflitto ha prodotto una devastazione che investe direttamente la popolazione civile. Morti, feriti, sfollamenti ripetuti, abitazioni e infrastrutture distrutte, strutture sanitarie colpite e una crisi umanitaria che continua anche nel 2026 compongono un quadro documentato dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni internazionali. Nel settembre 2026 l’ONU descriveva ancora come enormi i bisogni umanitari nella Striscia: il 94 per cento della popolazione necessitava urgentemente di un alloggio adeguato e di beni domestici essenziali, mentre il 65 per cento delle famiglie continuava a vivere in tende o sistemazioni di fortuna. Nello stesso rapporto l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari segnalava il proseguimento degli attacchi e delle operazioni militari, le difficoltà nell’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari e la grave carenza di forniture mediche salvavita.

Ma la situazione non riguarda soltanto Gaza. In Cisgiordania occupata, organismi delle Nazioni Unite e la Corte internazionale di giustizia hanno documentato nel corso degli anni violenze dei coloni, demolizioni, sfollamenti, espansione degli insediamenti e violazioni dei diritti della popolazione palestinese. Nel suo parere consultivo del luglio 2024, la Corte ha inoltre rilevato il sistematico fallimento di Israele nel prevenire o punire efficacemente gli attacchi dei coloni contro i palestinesi e ha ribadito l’illegalità degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Le conseguenze della guerra, ovviamente, hanno investito direttamente anche lo sport palestinese. I dati raccolti dalla Palestinian Football Association fino al 12 febbraio 2026 indicano 1.007 vittime nell’intero movimento sportivo palestinese, tra giocatori, tecnici, dirigenti, arbitri e personale delle organizzazioni sportive; 565 appartenevano alla stessa PFA. Il rapporto censisce inoltre 265 strutture sportive danneggiate, tra stadi, palazzetti, campi e sedi amministrative.

La dimensione assunta dalla tragedia dopo il 7 ottobre 2023 si inserisce peraltro in un conflitto che attraversa da generazioni la vita di israeliani e palestinesi. Il massacro compiuto da Hamas, gli ostaggi e le vittime civili israeliane appartengono a questa storia, così come vi appartengono l’occupazione dei territori palestinesi, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, le precedenti guerre, gli attentati, le operazioni militari, gli sfollamenti e decenni di tentativi diplomatici falliti. Nessuno di questi elementi nasce nell’autunno del 2023 e nessuna ricostruzione della questione israelo-palestinese può assumere quella data come il suo punto di origine.

Il calcio palestinese continua intanto a (r)esistere e a competere nelle condizioni consentite da questa realtà. La Palestina ha una federazione affiliata alla FIFA, una nazionale maggiore, selezioni giovanili, società e una propria storia sportiva; nello stesso periodo dell’amichevole di Konya le rappresentative palestinesi erano impegnate in altre competizioni e incontri internazionali. La nazionale maggiore, per esempio, il 24 settembre aveva pareggiato 2-2 contro la Nuova Zelanda e quattro giorni dopo aveva battuto 4-2 il Tagikistan. Konya è stata quindi un’altra espressione di questo calcio palestinese, in una serata nella quale il risultato sportivo ha condiviso lo spazio con la solidarietà verso un popolo e con la memoria delle sue vittime.

FIFA, Israele e la questione dei club negli insediamenti in Cisgiordania

Nel marzo 2026 la Commissione disciplinare della FIFA ha sanzionato la Israel Football Association con una multa di 150.000 franchi svizzeri, un ammonimento formale e l’obbligo di predisporre un piano di prevenzione. Il provvedimento ha accertato molteplici violazioni degli obblighi dell’IFA come federazione affiliata, con riferimento agli articoli del Codice disciplinare FIFA relativi al comportamento offensivo e alle violazioni dei principi di fair play, alla discriminazione e agli abusi razzisti.

Parallelamente resta aperta da anni una controversia che riguarda direttamente il rapporto tra calcio israeliano e territorio palestinese. Alcuni club affiliati alla Israel Football Association hanno sede negli insediamenti israeliani costruiti nella Cisgiordania occupata, territorio occupato da Israele dal 1967 e nel quale, nel corso dei decenni, sono stati costruiti e progressivamente ampliati insediamenti destinati alla popolazione civile israeliana. Queste squadre partecipano alle competizioni organizzate dalla federazione israeliana, mentre la Palestinian Football Association contesta che l’IFA possa svolgere attività calcistica sul territorio appartenente a un’altra federazione affiliata alla FIFA senza averne ottenuto il consenso.

Il contenzioso sportivo si inserisce in una questione internazionale molto più ampia. Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia, nel proprio parere consultivo sui Territori palestinesi occupati, ha stabilito che la presenza continuata di Israele nei Territori palestinesi occupati è illegale, ha ribadito che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est vengono mantenuti in violazione del diritto internazionale e ha affermato che Israele deve cessare immediatamente ogni nuova attività di insediamento. Nel marzo 2026 FIFA ha comunque deciso di non adottare provvedimenti contro i club israeliani coinvolti nella controversia; la Palestinian Football Association ha impugnato quella decisione davanti al Tribunale Arbitrale dello Sport.

Il dossier aperto all’interno della FIFA si colloca ormai dentro una pressione molto più ampia sul sistema sportivo internazionale. Il quadro entro il quale viene chiesto agli organismi competenti di decidere va infatti ben oltre la controversia sui club degli insediamenti e coinvolge ormai questioni politiche, umanitarie e giuridiche di portata internazionale.

Mantenere inalterata la partecipazione delle rappresentative israeliane dentro questo contesto costituisce a sua volta una decisione degli organismi sportivi internazionali. Definirla neutralità non ne cambia la natura. Gli strumenti per intervenire esistono e la storia dello sport ha dimostrato che sono stati utilizzati quando le sue istituzioni hanno ritenuto che gli avvenimenti esterni alle competizioni non potessero più essere ignorati.

La Russia e un precedente che esiste già

Il precedente più recente rimane quello della Russia. Il 28 febbraio 2022, quattro giorni dopo l’invasione dell’Ucraina, FIFA e UEFA sospesero congiuntamente tutte le nazionali e tutti i club russi dalle rispettive competizioni fino a nuovo avviso.

Quel precedente interessa il presente per una ragione precisa: gli organismi che governano il calcio internazionale hanno già stabilito che una guerra e le azioni compiute da uno Stato possono produrre conseguenze dirette sulla sua rappresentanza sportiva. La sospensione della Russia dimostrò quanto rapidamente quel principio potesse tradursi in una decisione concreta. Non venne invocata la necessità di separare lo sport dalla politica e non venne richiesto che i singoli calciatori fossero personalmente responsabili delle decisioni del governo del proprio Paese.

Di fronte alla guerra a Gaza e alle sue conseguenze sulla popolazione e sullo stesso movimento sportivo palestinese, nei confronti di Israele è stata seguita finora una strada diversa. Il precedente russo rende inevitabile interrogarsi sulla distanza tra le due risposte, proprio perché sono state le istituzioni sportive a stabilire nel 2022 che gli avvenimenti di una guerra potessero incidere direttamente sulla partecipazione alle competizioni internazionali.

È questa disparità a rendere sempre meno credibile il richiamo alla neutralità. Se una guerra e le azioni di uno Stato possono determinare conseguenze sulla sua rappresentanza nelle competizioni internazionali, il principio non può cambiare in funzione del soggetto chiamato in causa. In caso contrario la neutralità smette di essere un criterio e diventa essa stessa una scelta.

Quando il cronometro racconta qualcosa in più

A Konya il cronometro di Konyaspor-Palestina si è fermato a 89 minuti e 59 secondi. Il 4 ottobre quello di Irlanda-Israele partirà regolarmente da 0’00”, a centinaia di chilometri dall’Irlanda e davanti alle tribune vuote di uno stadio serbo. Sono due partite profondamente diverse per natura, contesto e significato, accomunate però dalla presenza di una questione che il calcio continua a incontrare ovunque provi a tracciare un confine netto tra ciò che accade dentro e fuori dal campo.

A Konya quel confine è stato volutamente cancellato, trasformando il terreno di gioco in uno spazio di solidarietà con la Palestina e di memoria per le vittime. A Bačka Topola si seguiranno invece calendario, regolamenti e protocollo della Nations League, dopo che per arrivare a quei novanta minuti è stato necessario trasferire una partita casalinga in un altro Paese e chiudere lo stadio al pubblico.

Sport e politica continueranno a incontrarsi perché appartengono alla stessa società, ne attraversano i conflitti e ne riflettono inevitabilmente le contraddizioni. Gli organismi che governano lo sport internazionale hanno dimostrato più volte, attraverso le proprie decisioni, quanto quella separazione sia difficile da sostenere. Proprio per questo, davanti a Israele, il richiamo alla neutralità lascia aperta una domanda alla quale le istituzioni sportive non hanno ancora dato una risposta convincente.