ESCLUSIVA, Pasquale Luiso: «Vialli si complimentò con me e scoppiai a piangere. Pio Esposito? Ha talento, ma lasciatelo crescere»
“Crossatemi una lavatrice, colpisco anche quella”. A pronunciare queste parole, una trentina d’anni fa, fu Pasquale Luiso da Aversa. Il bomber che era appena stato ribattezzato il “Toro di Sora” per il suo proverbiale spirito indomito. Luiso, per sua stessa ammissione, non eccelleva dal punto di vista tecnico, ma possedeva grinta da vendere. In campo furoreggiava come raramente si vede, lottando su ogni pallone, “sportellando” con le difese di turno che spesso beffava con il suo marchio di fabbrica, quel colpo di testa che lo ha reso famoso un po’ ovunque. Una carriera importante, la sua, condita da tanti gol e alcuni momenti esaltanti, come quella notte allo “Stamford Bridge” di Londra quando, con il suo Vicenza, sfiorò un’epica impresa.
Un percorso fatto di sudore, rabbia e ambizione, partito – verso la fine degli anni Ottanta – dai polverosi e anonimi campi della sua Campania. Aversa e Afragola i trampolini di lancio, poi fu il Sora del suo mentore Claudio Di Pucchio a spalancargli la vetrina del grande football. Il suo percorso calcistico somiglia un po’ a un giro d’Italia: Lecce, Torino, Pescara, Chievo Verona, Avellino, Piacenza, Vicenza, Sampdoria, Ancona, Salernitana e Catanzaro. Poi, appese le scarpe al chiodo, si è cimentato nelle vesti di allenatore fino all’ultima esperienza sulla panchina dell’Acerrana.
Figlio di un calcio romantico, che non finiremo mai di rimpiangere, Luiso si racconta ai nostri microfoni con la stessa schiettezza con la quale comunicava con i suoi tanti allenatori. E’ stato, del resto, sempre vero e genuino, senza filtri, e questa nostra chiacchierata ne è la testimonianza.
L’ex bomber si è messo recentemente a nudo raccontando la sua parabola calcistica nell’autobiografia “Pasquale Luiso, il guerriero del gol” (in tutte le librerie dal prossimo 6 novembre, Lab DFG editore), scritta a quattro mani con lo scrittore Daniele Colasuonno.
Salve, bomber, come nasce l’idea del libro?
“Inizialmente ero un po’ scettico. L’amico Daniele, dopo mesi di telefonate (sorride, ndr), mi ha alla fine convinto a sposare il suo progetto editoriale”.
Un libro che ripercorre la sua bella carriera calcistica…
“Sì, una storia vera, la mia, fatta di umiltà e tanti sacrifici. Nel libro rivendico l’orgoglio di essere un figlio del Sud, un ragazzo venuto dalla strada, cresciuto a pane e football, che per tirare due calci a un pallone si inventava di tutto. Noi meridionali siamo un po’ come gli argentini e i brasiliani: abbiamo il football nel Dna. Non avevo mezzi tecnici eccezionali, ma in campo davo l’anima, e questo la gente, ovunque abbia giocato, l’ha apprezzato”.
A Macerata, qualche giorno fa, l’anteprima assoluta del suo libro…
“Sì, sono stato ospite, domenica 11 ottobre, di “Overtime”, un festival dello sport che ha visto tanti nomi prestigiosi del mondo del calcio come i miei ex colleghi Materazzi e Marchegiani e diverse firme autorevoli del giornalismo sportivo. Una bella vetrina, sono stato benissimo, ringrazio gli organizzatori e i miei interlocutori, Andrea Capretti di Radio Sportiva e il mio compagno di viaggio Daniele Colasuonno”.
La prima presentazione ufficiale, invece, quando ci sarà?
“Stiamo valutando, saranno settimane intense. Le richieste non mancano, siamo già stati contattati da alcuni istituti di Sora e anche Aversa, la mia città d’origine, vorrebbe ospitarmi. L’idea sarebbe quella di partire da Vicenza, il mio posto del cuore…”
Era il bomber della squadra straordinaria targata Guidolin: quella serata di Londra brucia ancora?
“La più bella della mia vita. Credevamo nell’impresa, all’andata vincemmo 1-0, eravamo a un passo dalla finale di Coppa delle Coppe. Passammo in vantaggio anche allo “Stamford Bridge” con un mio gol, ma il Chelsea ci ribaltò. Un’altra rete mi fu annullata inspiegabilmente. A fine gara il mio idolo di sempre, Gianluca Vialli (di cui a casa conservo gelosamente la maglia), si complimentò con me, scoppiai in un pianto dirotto. Firmai in tutto 8 reti finendo capocannoniere della competizione. Momenti indelebili”.
L’esordio nella massima serie, invece, fu con la maglia del Toro contro il Padova…
“Ricordo bene quella domenica: era il 18 settembre del 1994 e vincemmo due a zero grazie a una doppietta di Peppe Scienza. L’allora tecnico granata Rampanti mi fece entrare nella ripresa al posto di Silenzi. L’esperienza sotto la Mole però, durò poco. Per me non c’era molto spazio, ero giovane e volevo mettermi in mostra. Preferivo la titolarità in provincia piuttosto che accomodarmi su una panchina di una big. Decisi così di scendere in B col Pescara. Sono orgoglioso, comunque, di aver indossato la gloriosa casacca granata”.
E la sua prima rete in A?
“Arrivò un paio di anni più tardi con la maglia del Piacenza. La firmai all’Olimpico, dal dischetto, contro la Roma, all’inizio della stagione 1996/1997. Una domenica particolare, nonostante la sconfitta”.
Qualche mese più tardi la rete capolavoro contro il suo Milan…
“Sì, il gol più bello, ironia della sorte, lo segnai proprio ai rossoneri, di cui sono da sempre tifoso. Passione trasmessami dal mio compianto papà Raffaele. Una prodezza figlia anche di un pizzico di fortuna. Eravamo sul 2 a 2 quando mi inventai, spalle alla porta, quella rovesciata che scavalcò sul secondo palo un incredulo Sebastiano Rossi. Una sconfitta amara per il Diavolo e fatale per Tabarez, che fu poi sostituito da Sacchi. A distanza di quasi trent’anni ancora mi emoziono a rivedere quel gol, anche se uno simile lo feci, giovanissimo, in un derby tra Afragolese e Giugliano”.
Ha detto bene, “quasi”: tra qualche settimana quella celebre prodezza festeggerà il trentennale…
“Incredibile, sembra ieri. Quel gol mi regalò tanta popolarità. A tale proposito, ti racconto un simpatico aneddoto. Qualche settimana fa, ad Ancona, nell’ambito della kermesse “Operazione Nostalgia”, ho riabbracciato, tra gli altri, Alessandro Costacurta, che in quella famosa domenica era capitano dei rossoneri. Erano anni che non ci incontravamo, è stata una bellissima emozione. A distanza di tanto tempo abbiamo scherzato su quel mio gol… “
I giocatori più forti con cui ha giocato?
“Lamberto Zauli e Antonio Criniti”.
Il difensore che più l’ha messa in difficoltà?
“Diversi. Ho giocato contro fenomeni veri come Cannavaro, Couto, Montero e Vierchowod. Ma il più forte è stato Nesta”.
Ha rimpianti?
“Francamente no. Sono partito dalla strada, sono molto orgoglioso di quanto ho fatto e di dove sono arrivato. A un certo punto della mia carriera avrei potuto indossare maglie ancora più importanti, le offerte non mancavano, ma pazienza…”
E la Nazionale?
“Non scherziamo. Ai miei tempi c’era una concorrenza feroce in attacco, già essere accostato alla maglia azzurra era grande motivo di orgoglio”.
Perchè il nostro calcio è in crisi?
“Siamo ancora indietro. Non c’è stato, purtroppo, quel necessario ricambio generazionale. Ai miei tempi c’era gente come Maldini, Baggio, Del Piero e Totti: oggi?”
Pio Esposito le piace?
“Molto. Il ragazzo ha talento, lo sta dimostrando, ma piano con certi paragoni, facciamolo crescere senza assilli, è una pedina importante in prospettiva futura”.
Parliamo di allenatori: a chi deve dire grazie?
“Di Pucchio e Guidolin i miei due grandi maestri. A Claudio devo praticamente tutto. Appena arrivai a Sora mi disse: “Tu devi giocare davanti, lì puoi essere davvero letale”. Capiva di calcio come pochi. Nel mio libro parlo anche di lui. Poi Reja e Mutti”.
Sora, il prologo della sua grande avventura e l’origine del suo celebre soprannome…
“Bellissimi ricordi. Passammo dall’Interregionale alla C1 anche grazie ai miei gol. Penso agli spareggi contro Sulmona e Turris, dopo tanti anni ho ancora la pelle d’oca. Sora è una città speciale per me, lì ho conosciuto mia moglie, la gente ancora mi vuole bene”.
Se non avesse fatto il calciatore?
“Non so. Mi adattavo a tutti i mestieri, dall’elettrauto al meccanico, fino al barista, mi sono sempre arrangiato”.
Tra pochi giorni, il 30 ottobre, festeggerà il compleanno: è nato lo stesso giorno di Maradona…
“Un giocatore immenso, l’idolo di noi ragazzi campani, e non solo. Peccato non averlo mai incontrato su un campo di calcio. E’ stato il più grande di sempre”.



