Calcio giovanile o talent show? Quando le aspettative degli adulti pesano sui ragazzi
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Nel calcio giovanile, per molti ragazzi il fischio d’inizio non segna soltanto l’avvio di una partita, ma anche l’inizio di un esame.
Una prova in cui non esiste mai una via di mezzo.
Tante aspettative sulle spalle e nella testa dei piccoli calciatori, tra consigli urlati dalla tribuna, giudizi continui e promesse di regali in caso di un gol.
Adesso prova a immaginare…
Tuo figlio ha appena sbagliato un gol a porta vuota. La squadra ha perso, l’allenatore lo ha tolto dal campo e tu, dalla tribuna, non riesci a toglierti dalla testa quell’errore. Lui arriva negli spogliatoi, si cambia, prende la borsa e sale in macchina e tu, carico come un vulcano pronto ad eruttare, hai già pronte una serie di domande da serial killer:
«Ma come hai fatto a sbagliare quel gol?».
«Dovevi solo appoggiarla.»
«Se avevi paura di sbagliare perché non l’hai passata?»
«L’allenatore, appena sbagli, ti toglie. Anche lui non capisce niente.»
«Se continui così, in prima squadra non ci arrivi.»
Sono frasi che viaggiano da un campo all’altro, dalla Lombardia alla Sicilia, dalle partite del sabato pomeriggio ai tornei della domenica mattina. Cambiano le maglie, cambiano gli accenti, ma il copione è spesso lo stesso.
Il ragazzo sa di aver giocato male. La sta analizzando nella testa dopo averne parlato con il mister e con i compagni per cercare un minimo di serenità e di comprensione, invece, mentre si sfila le scarpe e raccoglie le sue cose, sta già cercando le parole per giustificarsi. Perché sa che, tra poco, qualcuno gli chiederà conto di ogni errore e quel qualcuno non sarà l’allenatore, ma la persona dalla quale vorrebbe soltanto sentirsi dire: «Tranquillo, capita».
Allora viene da chiedersi: quando abbiamo cominciato a pretendere che un bambino giocasse come un professionista, dimenticandoci di lasciargli il diritto di essere un bambino?
«Questo diventerà un fenomeno.»
«Questo farà strada.»
«Questo è il nuovo Messi.»
Messi, Maradona, Cristiano Ronaldo e tanti altri campioni non possono diventare il metro con cui misurare un bambino. Le loro sono storie straordinarie, eccezioni che hanno fatto la storia del calcio, non modelli da pretendere da chiunque indossi un paio di scarpe con i tacchetti.
Per ogni ragazzo che arriva in cima ce ne sono migliaia che prenderanno altre strade. Qualcuno giocherà nei dilettanti, qualcuno smetterà a diciassette anni, qualcun altro continuerà per tutta la vita senza uscire mai dai campi di provincia e non per questo avrà fallito.
Il calcio giovanile è un gioco, non un talent show.
Un bambino che sente continuamente di dover diventare qualcuno rischia di non riuscire più a godersi quello che è già.
Vorrei provare a spiegarmi meglio, prendendo in prestito due nomi che hanno fatto la storia del calcio mondiale.
Citerò Pelé per i meno giovani e Buffon per i papà di oggi.
“Pelé e quella promessa nata davanti al padre che piangeva.”
Nel 1950, dopo la sconfitta del Brasile contro l’Uruguay nella partita decisiva del Mondiale, il piccolo Edson Arantes do Nascimento vide suo padre piangere. Aveva nove anni. Gli chiese perché fosse triste e scoprì che il Brasile aveva perso la Coppa del Mondo. Pelé raccontò di avergli promesso, in quel momento, che un giorno l’avrebbe vinta per lui. Otto anni più tardi, nel 1958, a diciassette anni, diventò campione del mondo con il Brasile.
È una storia bellissima, forse irripetibile, e sarebbe un errore usarla per giustificare le aspettative degli adulti sui figli.
Quella era la promessa di un bambino a suo padre, nata in un momento preciso della loro vita. Una storia speciale, ma che non può diventare un modello da seguire per tutti. Un figlio non ha il compito di realizzare i sogni che un genitore non è riuscito a realizzare, né deve sentirsi responsabile delle sue delusioni.
Non venitemi a dire:
«Eh, ma quello era Pelé».
A nove anni nemmeno Pelé poteva sapere quale sarebbe stata la sua grandezza. Era un bambino che sognava in grande, proprio come abbiamo fatto tutti noi e come fanno ancora oggi tanti bambini che corrono dietro a un pallone. La differenza è che lui quel sogno è riuscito a realizzarlo, ma non possiamo pretendere e nemmeno illuderli che ogni bambino impegnandosi duramente possa fare lo stesso.
Un conto è un figlio che sceglie liberamente di inseguire un sogno e trova nella propria famiglia una fonte di sostegno. Un altro è un figlio che comincia a giocare per non deludere chi lo aspetta a casa o fuori dal campo.
Visto che nel calcio piacciono i confronti, ho scelto di prendere come riferimento un giocatore inarrivabile: Gianluigi Buffon.
“Gigi Buffon non ha iniziato come portiere. Lo sapevate?”
Prima di diventare uno dei più grandi portieri della storia, Gianluigi Buffon giocava a centrocampo e, qualche volta, anche in attacco. A un certo punto fu il padre a suggerirgli di provare tra i pali. Gigi accettò l’esperimento, inizialmente pensando che sarebbe stato soltanto un cambiamento temporaneo. A quattordici anni, nel Parma, si ritrovò tra i pali quasi per caso. Entrambi i portieri della sua squadra si erano infortunati e serviva qualcuno che li sostituisse, ma a difendere quella porta ci rimase anche per un altro motivo. Ai Mondiali del 1990 era rimasto folgorato dalle parate del camerunense Thomas N’Kono, un portiere capace di conquistarlo al punto da fargli capire quale ruolo volesse davvero ricoprire. Quella scelta, nata quasi per caso e dettata dalla necessità, si rivelò fortunatamente azzeccatissima. Buffon scoprì che tra i pali si sentiva a casa, cominciò a distinguersi e intraprese un percorso che lo avrebbe portato al Parma e poi ai vertici del calcio mondiale, fino a scrivere alcune delle pagine più belle della storia del nostro calcio.
Pensiamoci.
Se ogni scelta fosse stata presa in funzione di un progetto definitivo, se ogni cambio ruolo fosse diventato un argomento di discussione tra allenatore, giocatore e famiglia e se ogni cambiamento fosse stato letto come un passo indietro, quante possibilità avremmo lasciato inesplorate?
Nel calcio giovanile, invece, capita che un ragazzo venga definito troppo presto. È un difensore. È un attaccante. È piccolo. È lento. Non ha il fisico. Non ha il carattere.
A volte lo definisce l’allenatore. A volte il genitore. A volte, senza accorgersene, lo fa lui stesso. Ma crescere significa anche cambiare, e allenarsi e giocare significano anche migliorare col tempo.
Un bambino che oggi fatica potrebbe maturare domani. Un ragazzo che gioca in attacco potrebbe scoprire di amare la porta. Uno che sembra destinato a una carriera importante potrebbe trovare la propria felicità in un campionato dilettantistico, continuando a giocare per il piacere di farlo.
Non c’è niente di sbagliato in nessuna di queste strade.
La vera sconfitta sarebbe convincere un ragazzo che, se non diventerà un campione, avrà fallito.
Adesso lasciamo da parte i due miti del calcio Pelé e Buffon e torniamo nei nostri campi. Quelli senza telecamere, senza giornalisti e senza tribune gremite.
Un ragazzino ha sbagliato un rigore. La sua squadra ha perso. Durante la partita ha ricevuto pochi palloni, oppure è entrato a cinque minuti dalla fine.
La madre gli sorride, gli chiede se ha fame e apre il bagagliaio per sistemare la borsa.
Il padre, invece, ha già ricostruito la partita dal primo all’ultimo minuto. Sa dove avrebbe dovuto passare la palla, quando avrebbe dovuto scattare, perché il mister lo ha messo in panchina e quale compagno gli ha rubato il posto.
Magari non vuole ferirlo. Magari pensa di aiutarlo a migliorare. Magari è convinto che la severità sia una forma d’amore.
Ma il ragazzo, sul sedile accanto, percepisce soltanto una cosa: oggi ho deluso tutti.
È questo il terzo tempo che nessuno vede. Quello che comincia quando il campo scompare nello specchietto retrovisore e le parole degli adulti continuano a rimbalzare nella testa dei figli.
A volte una critica passa. Altre volte resta. E quando si ripete ogni settimana, il ragazzo può cominciare a temere l’errore più di quanto desideri provare una giocata.
Non vuole più perdere la palla. Non vuole più rischiare. Non vuole più sentire quella frase che conosce già a memoria.
E così, lentamente, può smettere di giocare con libertà.
Il calcio professionistico è una possibilità per pochi. La stragrande maggioranza dei bambini che cominciano a giocare non arriverà in Serie A, non entrerà a San Siro e non sentirà il proprio nome scandito da uno stadio.
Basta guardare alcune storie del nostro calcio per capire quanto sia difficile trasformare una promessa in un campione.
Vi ricordate Hachim Mastour?
Al Milan, da giovanissimo, era diventato un fenomeno mediatico. Video virali anche con Neymar, dribbling spettacolari, aspettative enormi. Sembrava destinato a una carriera importante ma il suo percorso è stato molto diverso da quello che tutti immaginavano e la sua carriera non è mai arrivata ai livelli che si pronosticavano.
E Federico Macheda?
Nel 2009, a diciassette anni, segnò un gol pesantissimo con il Manchester United contro l’Aston Villa. Per un momento sembrò l’inizio di una storia straordinaria. Arrivarono le aspettative, le attenzioni dei media e poi una carriera lontana da quei primi, grandi riflettori.
Pietro Pellegri, invece, esordì in Serie A a quindici anni e segnò giovanissimo, entrando nella storia del Genoa. Il suo percorso è stato condizionato anche da problemi fisici, e la carriera non ha seguito la traiettoria che molti immaginavano.
E finiamo con un esempio dei giorni nostri.
Francesco Camarda lo conosciamo tutti.
Su di lui si sono accesi i riflettori prestissimo. Ha esordito nella massima serie a quindici anni, ha bruciato le tappe distinguendosi a suon di gol e ottime prestazioni nelle giovanili e nelle nazionali minori. Oggi è nella rosa del Milan in cerca di spazio e in attesa di esplodere definitivamente davanti al suo pubblico.
Queste storie non servono a stabilire chi ce l’ha fatta e chi ha fallito. Servono a ricordarci che il calcio non segue una linea retta e che il talento, da solo, non garantisce un destino.
Un ragazzo può essere fortissimo a quindici anni e avere bisogno di tempo a venti. Può sorprendere tutti da bambino e trovare la propria strada molto più tardi. Il nostro compito non è indovinare quanto diventerà grande, ma aiutarlo a crescere senza fargli pesare le aspettative che abbiamo costruito su di lui.
Nostro figlio deve imparare a perdere, ad accettare una panchina, a capire che non sempre sarà il più bravo. Fa parte del gioco e della vita, ma non dovrebbe mai pensare che, per rendere orgogliosi i propri genitori, sia obbligato a diventare un campione. Perché il calcio è già pieno di giudici ed esperti che vivono fuori dal campo. Ma dentro la realtà è diversa: ci sono gli allenatori che scelgono, le squadre che escludono, le occasioni che non arrivano, gli infortuni che ti bloccano. Perciò, almeno a casa, un ragazzo dovrebbe poter raccontare una brutta partita senza sentirsi nuovamente sotto esame.
Magari non giocherà mai a San Siro. Magari a vent’anni avrà smesso e si ricorderà soprattutto degli amici, delle trasferte in pullman e delle risate negli spogliatoi. E andrà bene così.
Non tutti diventeranno Yamal, Maradona, Messi o Buffon. Ma tutti hanno il diritto di sognarlo, finché quel sogno gli appartiene davvero.
Perché c’è una cosa che spesso dimentichiamo: i bambini non smettono di giocare soltanto perché non sono abbastanza bravi.
A volte smettono perché non si divertono più. E forse, prima di chiederci perché nostro figlio voglia lasciare il calcio, dovremmo domandarci quando ha cominciato a viverlo come un dovere.



