Calcio giovanile e meritocrazia: quando il campo non basta

16 Ottobre 2026 di 3 min di lettura
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meritocrazia nel calcio giovanile

Nel calcio giovanile, il rapporto tra merito e opportunità solleva interrogativi che coinvolgono società sportive, allenatori e famiglie. Una riflessione sulle responsabilità educative degli adulti e sulle conseguenze che favoritismi, aspettative e interessi personali possono avere sulla crescita dei ragazzi

La parola meritocrazia deriva dall’unione di due elementi: merito, dal latino meritum, che indica ciò che è meritato, e il suffisso -crazia, dal greco krátos, che significa «potere». In senso letterale, quindi, meritocrazia significa «potere del merito».

Nel calcio giovanile, capire dove finisce il merito e dove cominciano altri fattori non è sempre semplice. Ma è una domanda che vale la pena porsi.

Il problema si aggrava quando, dentro una società sportiva, entrano in gioco sponsorizzazioni, favoritismi, amicizie e interessi personali. Quando le scelte non sembrano più dipendere soltanto dal campo, dalle capacità o dal lavoro svolto, ma da ciò che succede fuori.

È lì che un ambiente educativo rischia di diventare tossico. Perché una società sportiva dovrebbe insegnare il rispetto, la lealtà e il valore dell’impegno. Dovrebbe essere un luogo in cui un ragazzo impari che per ottenere qualcosa bisogna lavorare, accettare le decisioni e confrontarsi con gli altri.

E invece, qualche volta, si ritrova a fare i conti con dinamiche che hanno poco a che fare con lo sport.

Poi arriva il momento della meritocrazia. Se ne parla quando ci si trova davanti a un bivio, quando qualcuno si sente penalizzato, quando una scelta tecnica diventa motivo di discussione. Ma c’è una domanda che dovremmo porci prima: «Perché aspettiamo di sentirci danneggiati per cominciare a parlare di meritocrazia?».

Il rischio è che, a quel punto, non si giochi più per divertirsi, imparare e migliorare, ma si cominci a giocare per dimostrare qualcosa a qualcuno. Per restituire un torto. Per prendersi una rivincita.

E quando il calcio diventa una questione di vendetta, abbiamo già perso qualcosa di importante.

Un giovane dovrebbe imparare a competere con il proprio avversario, non a combattere contro un sistema che percepisce come ingiusto. Dovrebbe poter accettare una sconfitta senza vedere sempre il marcio in qualsiasi decisione arbitrale. E accettare una mancata convocazione senza pensare che tutto sia stato deciso altrove per favorire il «raccomandato di turno».

La meritocrazia non dovrebbe diventare una battaglia da combattere quando ci sentiamo esclusi. Dovrebbe essere un principio da rispettare anche quando le scelte premiano qualcun altro.

È questo il punto! Non possiamo educare i ragazzi chiedendo loro di rispettare le regole se noi adulti siamo i primi a cercare di trarre vantaggio da qualsiasi situazione.

E soprattutto, non possiamo riempirci la bocca di valori sportivi se poi, quando arriva il momento di metterli in pratica, siamo disposti a sacrificarli per un favore, un’amicizia o un tornaconto personale.

Il calcio dovrebbe insegnare a un ragazzo come affrontare la vita, non come imparare a farsi strada a ogni costo.