Calcio giovanile, quando un figlio vuole smettere: il difficile ruolo dei genitori

19 Ottobre 2026 di 7 min di lettura
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Tuo figlio oggi ha 15 anni, gioca a calcio da quando ne aveva 6 e ha sempre sognato di diventare un professionista.
Poi arriva una stagione storta.
Gioca poco, vede l’allenatore puntare su altri ragazzi e, a fine stagione, arriva la notizia che non avrebbe mai voluto ricevere: la società ha deciso di non confermarlo. In un attimo, il sogno in cui ha creduto per anni sembra allontanarsi. Torna a casa amareggiato, dice che vuole smettere, magari si chiude in camera e non ha voglia di parlare con nessuno. A quindici anni, certe delusioni fanno male anche perché non si sa ancora come affrontarle.
E tu, che cosa fai?
Perché quando succede agli altri siamo tutti bravi a dire che il calcio è un gioco, che bisogna divertirsi, che non si può vincere sempre. Poi tocca a nostro figlio e improvvisamente quella panchina diventa un’ingiustizia, quell’allenatore un incapace e quella mancata convocazione un problema da risolvere a tutti i costi.
La verità è che, prima o poi, tuo figlio potrebbe trovarsi davanti a una realtà diversa da quella che aveva immaginato. Potrebbe scoprire che il talento non basta, che le occasioni non arrivano sempre e che il sogno di diventare un calciatore professionista, coltivato per anni, forse non si realizzerà mai. È uno scontro difficile, soprattutto a quell’età, quando il futuro sembra ancora tutto da scrivere.
Lo so, ci ha creduto.
Magari ha passato pomeriggi interi ad allenarsi, ha rinunciato a qualche uscita e ha immaginato mille volte il suo futuro.
È un paragone forse forte, ma decidere di dire «basta, mollo il calcio» a quindici anni, emotivamente, può assomigliare alla prima delusione d’amore. Proprio come quando finisce una storia e ti ritrovi a chiederti che cosa farai senza quella persona, senza quelle abitudini, senza tutto ciò che fino al giorno prima sembrava indispensabile. Sai che dovrai andare avanti, ma ancora non sai come.
E allora, tagli corto mentendo forse anche a te stesso: dici che non vuoi più saperne, che è finita, che non ne vale la pena.
Per questo, prima di dire la nostra, dovremmo provare ad ascoltare quello che c’è dietro quelle parole. Lasciamogli il sacrosanto diritto di essere deluso. Evitiamo di ergerci a giudici, non serve convincerlo subito che andrà tutto bene.
Ascoltiamolo.
Non facciamo diventare il suo sogno mancato anche il nostro fallimento.
Perché quei soldi spesi per iscrizioni e trasferte non erano un investimento da recuperare. E tutte quelle domeniche passate sui campi non ci danno il diritto di pretendere un risultato.
Abbiamo accompagnato nostro figlio a giocare a calcio, non abbiamo comprato un posto in Serie A.
E poi, diciamocelo, nella vita non sempre le cose vanno come vorremmo. A scuola può arrivare una bocciatura, un colloquio di lavoro può finire con un no, una porta che speravamo si aprisse può chiudersi in faccia. Non possiamo andare ogni volta a protestare con qualcuno o trovare una persona da incolpare.
Prima o poi dovremo imparare ad accettare che non tutto dipende da noi.
E allora, se tuo figlio viene lasciato a casa, non serve raccontargli che l’allenatore non capisce niente. Se gioca male, non serve dirgli che è stato il migliore. Se vuole smettere, ascoltalo e guardalo negli occhi prima di fargli l’ennesima predica.
Forse troverà un’altra squadra, un allenatore capace di restituirgli la voglia di scendere in campo e compagni con cui ricominciare da capo. Oppure, un giorno, scoprirà che la sua strada è un’altra, che ci sono passioni ancora da conoscere e sogni che non aveva mai preso in considerazione. E magari, tra qualche anno, quel pallone finirà in un angolo della cantina, gli scarpini non entreranno più nella borsa e le domeniche avranno un ritmo diverso. Del calcio gli resteranno le fotografie, qualche amicizia, le trasferte interminabili e il ricordo di quando, da bambino, era convinto che un giorno sarebbe arrivato in Serie A. Non sarà diventato il calciatore che immaginava, ma avrà comunque vissuto una parte importante della sua vita.
Vorrei che i nostri figli sapessero una cosa: non devono dimostrarci niente attraverso il calcio. Non devono segnare per renderci orgogliosi, né diventare qualcuno per ripagare i sacrifici che abbiamo fatto.
Se un giorno mio figlio dovesse tornare a casa dicendomi che non ce l’ha fatta, vorrei riuscire a guardarlo negli occhi senza vedere un ragazzo che ha fallito.
Vorrei vedere mio figlio e basta.
E forse è proprio durante l’adolescenza che dobbiamo fare lo sforzo più grande, perché quando sono piccoli li accompagniamo ovunque. Poi crescono, vogliono uscire da soli, prendere il motorino, andare in discoteca, tornare più tardi. E noi restiamo svegli a guardare il telefono, aspettiamo quel messaggio, quel «sono arrivato», quel «sto tornando».
Vorremmo lasciarli liberi, ma sappiamo che là fuori non possiamo controllare tutto.
E abbiamo paura. Paura delle compagnie sbagliate, di una strada attraversata male, di una bravata finita male, di qualcosa che non ci hanno raccontato.
E in mezzo a tutto questo ci sono anche le loro delusioni, le insicurezze, il bisogno di sentirsi accettati. Ci sono giorni in cui ci sbattono la porta in faccia e altri in cui avrebbero bisogno di noi, ma non sanno come chiedercelo.
Essere genitori di un adolescente è anche imparare a lasciargli spazio senza smettere di esserci.
Non è facile fare il genitore.
A volte sbagliamo, insistiamo troppo, alziamo la voce proprio quando dovremmo ascoltare, ma non possiamo sparire perché ci respingono, né pensare che ormai siano grandi e debbano cavarsela da soli.
Il calcio, con le sue panchine e le sue sconfitte, è una piccola parte di tutto questo e se nostro figlio non diventerà un calciatore, pazienza. Ci saranno cose ben più importanti da affrontare.

Perciò, prima di arrabbiarci per una partita, ricordiamoci che nostro figlio non è più un bambino, che sta lentamente crescendo e che non sempre ci farà vedere quanto è fragile.
Vederlo crescere significa anche accettare che, prima o poi, arriverà il momento in cui dovremo lasciargli prendere la sua strada, anche quando sarà diversa da quella che avevamo immaginato. Non potremo evitargli le delusioni, scegliere al posto suo o trovare sempre la risposta giusta. Potremo però insegnargli che non è necessario avere tutto chiaro, che sbagliare fa parte del percorso e che cambiare direzione non significa aver fallito.

E quando si sentirà smarrito, quando non saprà che cosa fare della propria vita o avrà bisogno di fermarsi a capire chi vuole diventare, dovrà sapere che non ha bisogno di essere un campione, di avere successo o di dimostrare qualcosa per trovare il nostro sostegno.
Se tuo figlio un giorno dovesse attraversare una crisi con il calcio, prova a non pensare subito a come risolverla. Fermati, ascoltalo e cerca di capire che cosa sta vivendo.
Non avere fretta di convincerlo a continuare, né di dirgli che deve lasciar perdere.
Aiutalo a capire che cosa vuole davvero, anche se la sua risposta sarà diversa da quella che speravi.
È proprio in quel momento che tuo figlio ha bisogno di un genitore capace di distinguere la sua delusione dal proprio dispiacere.