Il secondo tragico Malagò: l’irresistibile ascesa del Commissario di se stesso
In un’atmosfera da “Ufficio Sinistri” di fantozziana memoria, il calcio italiano ha toccato la sua vetta aziendale più grottesca. Con una delibera votata all’unanimità (roba che avrebbe commosso il Direttore Galattico Duca Conte Maria Barambani), la Giunta Nazionale del CONI ha risolto il tragico inghippo burocratico del (non) tesseramento di Giovanni Malagò con quello che amo definire colpo di genio (nemmeno la versione di me ubriaca avrebbe partorito un’idea tanto articolata): lo hanno di fatto cacciato dalla porta per farlo rientrare dalla finestra; fin qui nulla di strano, siamo in Italia. Il problema nasce nel momento in cui rientra dalla finestra nelle vesti di Commissario Straordinario di se stesso. Per usare un eufemismo, sarà lo stesso Malagò a vigilare rigorosamente sulla legittimità della sua Presidenza in FIGC. Spoiler: non è legittima. Anche questo è normale, siamo sempre in Italia.
Nei prossimi tre mesi, fino a nuove elezioni (in cui indovinate chi sarà l’unico candidato…) il redivivo numero 1 di Via Allegri redigerà severissime relazioni trimestrali che invierà a sé medesimo a mezzo raccomandata – o anche lo specchio di casa può andar bene.
Per comprendere meglio l’apice di questo capolavoro di mestizia, bisogna fare un piccolo passo indietro e scendere negli anfratti burocratici della Federazione. Il dramma di Malagò si consuma su un dettaglio di piccolissimo conto, nulla di grave: il tesseramento federale che non ha. Un’inerzia da niente. Una spolveratina di pepe che potrebbe anche essere stata evitata per qualche strana intolleranza…
Il problema è che – stranamente – lo Statuto federale recita che per potersi candidare alla presidenza della Federcalcio, l’aspirante presidente debba possedere il sacro “pezzetto di plastica”, risultando formalmente tesserato della FIGC. Un requisito quasi scontato e banale (un po’ come chi esercita la professione del medico senza laurea… ah, hanno fatto pure questo? Vabbè, al prossimo giro ci penso). È proprio su questo insignificante cavillo burocratico che si è materializzato l’imprevisto fantozziano: Malagò non ha la tessera. Niente pezzo di carta, il nulla cosmico. Praticamente si è imbucato come me quella volta che ho sbagliato corridoio allo stadio e mi sono ritrovata in Tribuna Autorità. È durato pochissimo – nel mio caso – sono tornata mestamente indietro da sola chiedendo dove diavolo fosse l’uscita di quel labirinto infernale. Al contrario, Malagò non è tornato indietro, ha fatto lo gnorri in virtù del fatto che, in pieno stile italiano, chi volete che lo controlli? Invece si sono scatenati i super-esperti di diritto sportivo (non guardate me che sono qui solo per fare polemica sterile) con pareri – ovviamente – discordanti sulla posizione del Presidentissimo. Chi da una parte urla allo scandalo del mancato tesseramento e chi giustifica dicendo che non è poi così importante se dimostra di saper lavorare. Eh, certo. Vale la cara, vecchia regola del “se sei potente puoi fare quello che vuoi”. Anche no, caro il mio gagà. Dipendesse da me a quest’ora saresti in ginocchio sui ceci, ma stai sereno Giova’, io non comando manco a casa mia, puoi mangiare tranquillo.
Resta il fatto che la toppa è peggio del buco e che la giunta del CONI (un concentrato di menti eccelse degno degli autori di Boris) è andata ben oltre ogni umana immaginazione: invece di cacciarlo ed esporlo alla gogna mediatica con tanto di crocifissione in sala mensa, gli ha sostanzialmente detto: “Giovanni, carissimo, non ti preoccupare. Prenditi tre mesetti di ferie, riposati, ti prendi ‘sto pezzetto di plastica e ti ricandidi.” Nel frattempo, lo hanno nominato Commissario Straordinario. Nemmeno la sceneggiata di svuotare l’ufficio. Resta lì buono buono per 90 giorni (forse anche meno), regolarizza la sua posizione e tutto torna al proprio posto. Sarà l’unico candidato alle prossime elezioni, sempre che superi i severissimi controlli del Commissario Straordinario Malagò.
Non posso esimermi dall’immaginarmi la scena in cui Malagò si presenterà davanti al suo ologramma per autotesserarsi, sfoggiando la sua fantastica marca da bollo da sedici euro e cinquanta (almeno quella spero se la ricordi), uscirà dalla stanza guardandosi allo specchio, facendosi l’occhiolino e correndo a depositare l’unica candidatura a suo successore.
Sullo sfondo, la Giunta del CONI schierata in corridoio, scatterà in piedi per i rituali 92 minuti di applausi ininterrotti.
Il calcio italiano è salvo, la burocrazia ha trionfato: il re è morto, viva il re, ma soprattutto, viva il commissario di se stesso…


