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Paul Scholes, come un pittore

Paul Scholes

fonte: account Instagram Paul Scholes

Paul Scholes, l’eroe silenzioso diventato pittore. Ma solo per amore

A Oldham, borgo a nord-est di Manchester è facile imbattersi in un papà che cammina abbracciato al suo ragazzo in tuta e scarpe da ginnastica e con le cuffiette alle orecchie.

Basta alzare un po’ lo sguardo per riconoscere in quel 46enne con qualche capello bianco il  piccoletto dai capelli rossi e dal sorriso disarmante che ha contribuito a portare nella leggenda il Manchester United: Paul Scholes. 

Uno dei più centrocampisti centrali più forti al mondo, consacrato addirittura da Zidane come il più forte della propria generazione, Paul Scholes era per tutti – media, tifosi, compagni e avversari –  l’eroe silenzioso.

The Silent hero  che  in 19  stagioni con i Red Devils vince 11 Premier League, 2 Champions League, 2 Coppe del mondo per club, 5 Charity Shield, 3 FA Cup e 2 Coppe di lega inglese mantenendosi sempre a un passo indietro dalla gloria, i riflettori e la visibilità.

Figura quasi mite, riservata e discreta, serio professionista con una forte abnegazione in quello che lui considerava molto di più che un gioco: un lavoro.

E dire che diventare un calciatore professionista, da bambino non era che solo un sogno, anche molto lontano dal realizzarsi.

“Se mi avessero chiesto quale sarebbe stato il futuro di Scholes, avrei detto: Come può essere un giocatore da Man United? Era così piccolo, così leggero. Non aveva grande energia. Non aveva forza. Lo si poteva buttare giù facilmente perché era davvero leggero. Aveva l’asma. Non poteva davvero correre molto. Non è mai stato veloce, e non ti avrebbe mai battuto per il ritmo. Guardavi gli altri giocatori e pensavi che Scholes non aveva le qualità fisiche per fare il calciatore”.

E invece ne diventerà il perno, il leader,  fra i migliori interpreti che il calcio inglese potesse avere.

Non è stato solo l’Old Trafford però l’unico porto sicuro per Paul. Oltre al Manchester c’era, c’è ancora e ci sarà sempre, la famiglia. Sposato con Claire, dopo averla conosciuta sui banchi delle scuole elementari, la coppia ha tre figli: Arron, Alicia o Aiden.

Ed è proprio Aiden quel ragazzo sedicenne abbracciato al suo papà.

Un figlio che richiede cure e attenzioni maggiori, per via di un buco nero nel quale è stato risucchiato sin dalla nascita: l’autismo.

Da Aiden comincia la seconda vita di Paul Scholes. Quella non più fatta di di calzoncini e parastinchi ma di pennelli e tele.

Una vita in cui ha dovuto accantonare quell’entusiasmo innato in ogni papà di insegnare a giocare a calcio al proprio figlio per aprirsi a un mondo fatto di colori e sensazioni diversi.

“Soffre di autismo e ha difficoltà di apprendimento piuttosto gravi, quindi al momento non può prendere parte alla maggior parte degli sport, anche se adora il nuoto. L’acqua è proprio il suo elemento. È meraviglioso che possa divertirsi così“.

Per Aiden, Scholes si è reinventato pittore. Per lui disegna scimpanzé o le onde del mare. Il volto di un leone e tante altre facce bizzarre pronte a tirar fuori un sorriso.

Il suo profilo Instagram è un tripudio di tele, disegni, di immagini semplici che scaldano il cuore e anche gli occhi, accomodati ormai a quelle patinate, cotonate, filtrate.

Scopriamo il piccolo mondo di Aiden, quello fatto di quei silenzi che solo un Silent Hero sa riconoscere per arricchirlo.

Per renderlo più leggero nella sua fragilità, leggiadro e sereno.

Per fargli trovare un equilibrio in una vita che vista dal di fuori equilibri non ha.

Per rompere e scardinare pregiudizi.

Per dargli voce.

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